L’Australia, il vapore sotto il pavimento di marmo


Purtroppo le diapositive del 1976 sono andate perdute. Sono rimaste alcune immagini rielaborate nel tempo di piccola dimensione. Da precisare anche che in quell’estate non disponevamo dei mezzi attuali (internet, ecc) e le ricerche d’archivio ci portarono solo a Volterra ed a Carrara.

Escludemmo Genova per Rubattino ma non considerammo il Museo del Risorgimento e la raccolta di giornali dell’epoca sia a Genova che a Livorno. Dopo il palombaro fummo comunque i primi a recuperare parti di marmo tra cui una enorme contenitore svasato che consegnammo. Ovviamente nessuno credette alla pavimentazione di marmo, a com’era così ben livellato (le foto erano chiare e precise) e in ordine e a come sotto ad esso trovammo piccoli oggetti appartenenti all’Australia.
Negli anni successivi quel luogo fu visitato spesso da uno del gruppo che proseguendo le ricerche si imbatté sul cumulo di carbone e recuperò la chiesuola della bussola.
Per finire il prezioso carico era composto da casse accuratamente imballate di orologi svizzeri di alta qualità.

Rimettendo la breve storia su questo sito per pura curiosità ho fatto una ricerca in rete (febbraio 2018). Ho trovato che nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia – anno 1879 – martedì 29 aprile – è pubblicato il racconto del naufragio dell’Australia. Due pagine che allego in fondo alla pagina.


Immagine dell’Australia

Nell’estate del 1976 partecipai ad una spedizione alla ricerca di una fantomatica nave a vapore con un gruppo di archeosub veneziani. Attrezzati con un enorme gommone Callegari (9 m fuori tutto), bombole, addirittura una camera iperbarica monoposto, andammo dove presumibilmente potevano giacere i resti di quella nave che le cronache parrocchiali riportavano affondata cent’anni prima in seguito ad un incendio.
Il ricordo di questo naufragio sarebbe passato inosservato se sulla spiaggia non si fossero riversate, all’epoca del naufragio, spinte dal forte libeccio, numerose botticelle di liquori che la gente del luogo ha raccolto alacremente tanto che il fatto venne iscritto nel diario della parrocchia. Ma maggior sorpresa si ebbe quando da Genova arrivò un palombaro che andò a cercare di recupera qualcosa e con grande suo stupore si immerse su “pavimenti di marmo rosa“. Così cita nel suo diario.
Andammo a cercare l’Australia non avendo punti, ma solo come indizio la direzione del libeccio. La cronaca diceva che la nave era bruciata ed il forte vento l’aveva spinta verso terra, disintegrandola. Le secche di Vada sono segnalate da un faro, antico fanale di costruzione pisana, e sono molto estese. Qui giacciono relitti di molte epoche e molto è stato trovato.

Parte di una lampada a petrolio

Con il sistema della quadrettatura riuscimmo a coprire ampi spazi del quadrante nord ovest del faro in una batimetrica compresa tra gli otto ed i dodici metri.
Per lungo tempo nulla, poi un giorno uno di noi trovò un piccolo frammento di marmo eroso e bucherellano, come groviera. Da un lato liscio dall’altro ancora grezzo. Gli esperti di Carrara confermarono che era effettivamente marmo molto antico.
Così scoprimmo che, nel luogo dove avevamo recuperato il frammento, quello che stava sotto le alghe altro non erano che enormi lastroni di marmo poggiato su ghiaia e zeppe di marmo. Cominciammo a scavare e recuperammo tra l’altro anche una fontana (grossa e rotonda molto pesante) che portammo al museo di Rosignano.

Poi finalmente sotto ad un lastrone di marmo trovammo un pezzo di porcellana con il logo della Compagnia di Navigazione Rubattino. I resti della nave erano da questa parte.
Risalimmo verso libeccio e mano mano che procedevamo i resti diventavano sempre più consistenti anche se molto frammentati. Mare e vento avevano fatto il loro lavoro. Dopo un mese il nostro tempo era scaduto. Dovevamo abbandonare.
Di quell’avventura è rimasta solo la testimonianza scritta pubblicata sul numero 196 di Mondo Sommerso del 1976.
In breve questa la cronaca di quanto accadde, che fu ben più complessa e ricca di contrattempi e curiosità, arricchita da ricerche nei musei, lettura di un numero incredibile di libri, ma senza una reale documentazione storica perchè la Rubattino, divenuta poi Navigazione Italia perse tutto il suo archivio durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

Chiave in ottone di cabina
Cucchiaio in peltro o argento
Matita con mina scorrevole in ottone

Logo della compagnia Rubattino

Su “Le livre des Epaves (il libro dei relitti) ” al fascicolo 17 trovo alla pagina 1061 la foto del logo Rubattino trovato sul Batavia, nave gemella affondata a Riou, vicino a Marsiglia.
E sotto il disegno dell’Australia che noi cercammo per mare e monti. Vorremmo andarla a cercare di nuovo l’Australia perchè essendo stata munita di motori e di tre grossi alberi da qualche parte attorno o sulle secche deve pur esserci qualche altro resto significativo. La Compagnia Navale Rubattino fu parte importante nel processo storico risorgimentale con la fornitura e non solo delle due navi che trasportarono i Mille in Sicilia. Sarebbe bello poterla identificare con sicurezza e ritrovare quel che resta.


MARMO ROSA
La scoperta di un relitto navale della compagnia di navigazione Rubattino avvenne casualmente durante una campagna di scavo archeologico sulle secche di Vada (comune di Rosignano Solvay, Livorno) nell’estate del 1976.

Un pezzo di marmo dei pavimenti. Lo spessore è tra i 5 e 10 cm
La Tavola Peutingeriana (link antica Etruria| Vada – nella carta Vada si trova a sinistra della T rossa) è una copia del XII-XIII secolo di un’antica carta romana che mostra le vie militari dell’Impero romano. La Tavola è composta da 11 pergamene riunite in una striscia di 680 x 33 centimetri. Mostra 200.000 km di strade, ma anche la posizione di città, mari, fiumi, foreste, catene montuose. La carta va piuttosto considerata come una rappresentazione topologica, una sorta di diagramma come quello di una metropolitana, che permetteva di muoversi facilmente da un punto ad un altro e di conoscere le distanze fra le tappe.
La ricerca era diretta ad avvalorare l’ipotesi che esistessero ancora delle pavimentazioni di epoca probabilmente estrusca, se non più antiche, forse appartenute ad una civiltà precedente. Vada Volterrana, considerata da molti come il porto di Volterra, venne spesso ricordata da molti autori antichi come da Cicerone nel suo Epistolario, da Rutilio Namaziano, da Plinio nella sua Storia Naturalis e dal geografo Strabone.
Vada – plurale latino di vadum ; acque basse – appare anche nella Tabula Peutingeriana, un rotolo del XII o XIII secolo che illustra a colori l’Impero Romano. L’indicazione della presenza di una pavimentazione sotto il livello del mare ad una profondità compresa tra i quattro e gli otto metri veniva da una documentazione ritrovata presso la parrocchia del piccolo centro toscano dov’era precisato che … “nell’anno 1879 un vapore era naufragato sulle secche ed a causa del gran libeccio una gran quantità di botticelle di liquore giunsero fin sulla spiaggia con gran gioia degli abitanti”. Il medesimo documento ricorda che poco tempo arrivò in Vada un palombaro che si immerse sul relitto a cercare il carico di diamanti che la nave trasportava … “giungendo essa dal Golfo di Batavia” [N.d.A. affermazione falsa perché l’Australia era diretta a Batavia – vedi partenze da Genova]… ed il palombaro fu grandemente impresso perché non si immerse su un fondo di alghe e sabbia bensì su “pavimenti di marmo rosa“.


IL RACCONTO DEL NAUFRAGIO AGGIORNAMENTO INFORMAZIONI
RECUPERATE DI RECENTE

GAZZETTA UFFICIALE 1879- PAG 1706
GAZZETTA UFFICIALE 1879- PAG 1707

Batavia piroscafo similall’Australia                                                                           

Cronaca del CORRIERE DELL’ARNO