Bon Jesus il veliero portoghese trovato nel deserto


Per svelare il segreto dell’identità di un relitto spesso ci vuole molto tempo. Talvolta anni in cui archeologi e specialisti si spaccano la testa cercando di trovare il bandolo della matassa. Anche nel caso assurdo che il relitto sia stato trovato in terra. O in un deserto. Come in questo caso, davvero fuori dal comune. Perché nessuno avrebbe mai pensato di potersi trovare di fronte ad una nave di oltre cinquecento anni nel bel mezzo di un oceano di sabbia lontano da un oceano di acqua. Se questo già è stupefacente si può aggiungere che il relitto navale sta nel bel mezzo di una miniera di diamanti. Dove le cose, comprensibilmente, si complicano ancora di più.

Le leggende locali raccontavano la scomparsa lungo quel tratto di costa di una nave che trasportava un ingente quantità di tesori. Era solo un racconto, una diceria del tutto immaginaria ma come si sa questi racconti hanno sempre un fondamento di verità. Erano i primi anni del 1900. Un prospettore minerario tedesco attratto da quelle voci, raggiunse la parte meridionale della Namibia, territorio disabitato vastissimo al confine dell’attuale Sud Africa, desertico per oltre metà della sua superficie,
Girò tra sabbia e pietre per qualche anno fino a che non si imbatté in una grossa trasparente pietra, un diamante di notevoli proporzioni che decretò la fine della libertà di quel deserto. All’epoca della scoperta si era a sette anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la Germania possedeva, quale impero, questo territorio compreso nella sua colonia africana chiamata Deutsch-Südwestafrika, DSWA, una volta e mezzo la superficie della madre patria.

Nel 1908 il governo tedesco creò un ulteriore territorio all’interno della colonia che denominò Sperrgebiet, concedendo la concessione di scavo alla compagnia mineraria Deutsche Diamantengesellschaft. Tutto bene fino al 1915 quando le forze sudafricane non sconfissero le truppe tedesche e presero possesso dell’intero territorio oggi conosciuto come Namibia.
Lo Sperrgebiet, di cui una parte dal 2004 è Parco nazionale, passò durante gli anni della Prima Guerra Mondiale nelle mani della De Beers Group of Companies, società mineraria tra le maggiori al mondo notissima per lo scavo e la commercializzazione dei diamanti.
La parte della concessione ancora oggi è impenetrabile, la si conosce come Diamond Area 1, impossibile qualunque tipo di accesso, tutto è sotto controllo, vietatissima qualsiasi visita se non in quelle aree che sono amministrate dal 2009 in comune accordo con il Ministero dell’Ambiente e Turismo della Namibia.
La leggenda della nave tesoriera svanì in mezzo a decine di chilometri quadrati di sabbia e pietrisco sconvolti, triturati, filtrati da enormi macchinari, sabbia sospinta via dal vento dell’Oceano Atlantico che arriva violento, la solleva, usandola come una smerigliatrice per levigare una territorio dove pochi animali e piante riescono a sopravvivere.

Lo Sperrgebiet è uno dei più recenti parchi nazionali della Namibia, area allo stato naturale, in gran parte inaccessibile ai visitatori. Territorio inacessibile al pubblico per quasi un secolo, ha un habitat intatto e incontaminato. Lo Sperrgebiet (in tedesco significa ‘territorio proibito’) si estende su 26.000 chilometri quadrati di cui circa il 5% è sfruttato per l’estrazione massiccia dei diamanti. L’intero territorio va dal fiume Orange, confine con il Sud Africa, verso ovest per circa 72 chilometri e nord per altri 200. La storia racconta che il primo diamante fu trovato da tal Zacharias Lewala – ferroviere – nei pressi di Kolmanskop nel 1908. Si sparse la voce e iniziò la “corsa” con la conseguenza che il territorio venne chiuso e successivamente dato in concessione per estrazione mineraria. Nel 2009 il Parco è stato aperto alle visite guidate: è richiesto un particolare permesso rilasciato dalle autorità locali e accompagnatori certificati. L’entrata richiede un minimo di quattro persone per un periodo di 8 ore ad un costo persona di 130 $ USA. Si visita una spettacolare costa atlantica, alcune curiose città fantasma dove risiedevano i primi cercatori di diamanti, rimaste com’erano quando furono abitate, resti di ogni genere abbandonati e corrosi dal tempo.

In questo marasma di terra e polvere, di buchi e trincee, mani e occhi esperti, riescono a catturare la lucentezza di pietre dure che non somigliano a nulla, i diamanti grezzi, che finiscono ovunque nel mondo sia a luccicare su anelli pregevoli e costosissimi o a essere parte di meccanismi piccoli ed elaborati.

Eppure un giorno una ruspa che operava su un tratto di terreno particolarmente compatto, un’enorme pozza artificiale prosciugata a ridosso dell’oceano, si imbatté in qualcosa a cui subito non si diede molta importanza. Sotto il terreno, dove i denti della ruspa avevano lasciato profonde traccie, si scoprirono pezzi di legno, piccoli oggetti in ferro, rame e ad un esame più approfondito anche di peltro.
Era l’aprile del 2008. L’area era parte dell’insediamento estrattivo della De Beers e tra le “cose” venute alla luce una mezza sfera di roccia con impresso un tridente che si scoprì essere il marchio inconfondibile della famiglia Fugger, tra i più ricchi “finanzieri” del XVI° secolo e banchieri di fiducia dei papi.
I prospettori minerari rimasero interdetti, loro non erano in grado di esaminarli. Fermarono gli scavi in quel tratto di terreno, avvisarono chi di dovere, e poco dopo giunse sul posto chi aveva le competenze necessarie per capire di cosa si trattasse.
Non sappiamo se agli ingegneri della società mineraria sia venuta in mente la leggenda ma di sicuro qualcuno immaginò che quel poco che avevano visto dovesse appartenere più ad un naviglio che ad un vecchio convoglio terrestre.
E’ interessante leggere la prima notizia data ai network in rete il 30 aprile 2008 per capire qualcosa di più e stupirci su come vi fossero molti dubbi.
Il bloomberg.com, che si occupa di economia mondiale, è il primo a diffondere la notizia poi ripresa da alcuni altri siti e da qualche quotidiano della carta stampata.

De Beers trova un tesoro dell’Epoca di Colombo
di Chamwe Kaira
30 aprile (Bloomberg)De Beers, la più grande società di scavi diamantiferi del mondo, ha dichiarato che i suoi geologi in Namibia trovato il relitto di un antico veliero ancora carico di tesori, tra cui sei cannoni di bronzo, migliaia di monete d’oro di Spagna e Portogallo e più di 50 zanne di elefante.
Il relitto è stato scoperto nella zona dietro una barriera utilizzata per trattenere le onde dell’Oceano Atlantico, al fine di cercare i diamanti nello Sperrgebiet.
“Se le valutazione degli esperti sono corrette il naufragio potrebbe risalire alla fine del 1400 inizio 1500 che rende la scoperta importante” ha dichiarato la Namdeb, l’azienda in join-venture tra De Beers e il Governo. Il sito ha prodotto una grande quantità di oggetti, tra cui tonnellate di rame, 50 zanne di elefante, articoli in peltro da tavola, strumenti di navigazione, monete del XV° secolo.
Il 1 aprile, Bob Burrell, il capo della risorsa mineraria del Dipartimento del Namdeb, ha trovato alcuni lingotti di rame arrotondati e resti di tre cannoni di bronzo nella sabbia. […] La scoperta è avvenuta nella zona mineraria ma tali ritrovamenti sono di proprietà dello Stato. Sono state interrotte tutte le operazioni di scavo, il sito protetto e il Dr. Dieter Noli, un archeologo ed esperto nel Sperrgebiet, ha identificato i cannoni come un modello popolare nei primi anni del 1500. La scoperta potrebbe essere il più antico relitto nell’area sub-sahariana mai scoperto, ha dichiarato la Namdeb.

Ironia della sorte la notizia che la De Beers, già ricchissima di suo avesse trovato un tesoro passò come una sorta di barzelletta e la scoperta non suscitò alcuna particolare curiosità nella stampa internazionale. Avrebbe dovuto? Sicuramente sì perché siamo in Africa, nel deserto, e cosa ci faceva una nave intera sotterrata tra la sabbia. Come ci era finita? Di solito scoperte simili appartengono a epoche più lontane del XV° secolo.
C’era tutto ma non tutto.
Bisognava scavare ancora e Dieter Noli, capo archeologo dell’Africa Institute incaricato di capirci di più si mise all’opera chiedendo l’aiuto di Bruno Werz un archeologo marino noto per la sue specifiche conoscenze.
Noli non fu sorpreso di vedere i primi ritrovamenti, neppure che una nave fosse naufragata nel deserto. La costa di questa parte dell’Africa è nota per aver provocato naufragi eccellenti per la violenza dell’oceano che la bagna, per le violente bufere che si sviluppano, per l’inospitalità della costa. Skeleton Coast punteggiata di decine di relitti navali, più a nord, ne è la testimonianza perfetta.

Proseguì gli scavi. Gli oggetti ripuliti dimostrarono essere cannoni, fucili, spade, strumenti navigazione. Come in una capsula del tempo, per nulla corrosi, solo compressi nella dura sabbia desertica.
Il tempo passa non tutto vede la luce subito.
Si identificano una bussola, molte monete in argento spagnole datate 1733.
Werz è affascinato di poter operare su un simile relitto, come per ogni archeologo marino è inimmaginabile imbattersi in una simile opportunità benchè la nave non esista più compressa sotto il peso della sabbia. La grande quantità di rame a bordo – circa 20mila chilogrammi – ha avuto la funzione di evitare la corrosione di moltissimo materiale composto di metalli poco preziosi.
Con la data della prima moneta d’argento iniziano le lunghe ricerche negli archivi spagnoli e portoghesi. Questa rotta era predominio degli andalusi. Chi è perché sfiorava queste coste? E quando? E dove era diretto o da dove proveniva questa nave?
Domande che richiedevano una risposta mentre gli scavi andavano avanti.

L’area è inviolabile, nessuno può entrare, così pensarono di impiegare per gli scavi e la pulizia i medesimi operai della miniera che abituati a scovare piccoli diamanti grezzi ben poco ci mettevano a trovare nella sabbia e tra le rocce oggetti ben più grandi.
Il tempo passa, arriviamo a metà del 2016.
Viene individuata e raccolta una prima moneta in oro, spagnola, in perfette condizioni, anno impresso 1525. Nel giro di poche decine di minuti, 45 ci dicono le cronache, oltre 2000 monete d’oro (valore attuale 17 milioni di dollari) rivedono la luce scoperte dalle mani dei minatori. In prevalenza si tratta di excellentes spagnoli di Ferdinando e Isabella, ma anche di monete francesi, moresche, veneziane e di altri paesi.
Poi arrivano cinque ancore, tre astrolabi, parte di altro armamento della nave. E legno ovviamente, ben conservato ma non più in grado di fornire la forma della nave. Le 20 tonnellate di lingotti di rame potrebbero essere la causa della conservazione delle parti in legno della nave. Il legno che viene eroso dai microorganismi è stato protetto dal veleno del rame.
Come in un rallenty si possono immaginare le onde violente dell’oceano sollevare il veliero e spingerlo verso terra, poi il vento ha trascinato quell’ammasso di vele, sartie, alberi, cordame ancora più all’interno e la sabbia aveva iniziato inesorabilmente a ricoprirla, fino a schiacciarla sotto il suo peso. I secoli fecero il resto e quel che gli archeologi hanno trovato è un relitto accartocciato ma con tutto quel che possedeva tranne che traccie dell’equipaggio.
Il suo contenuto rappresenta uno specchio fedele e quasi unico della marineria rinascimentale. Tra gli oggetti rinvenuti strumenti di uso quotidiano e armi, utensili e altri manufatti appartenuti sia all’equipaggio e ufficiali di bordo che ai facoltosi passeggeri.
La Bom Jesus, ottima e robusta caravella portoghese, che le cronache dell’epoca danno come dissolta sulla sua rotta, stava qui, centinaia di metri dall’oceano, 18 chilometri dalla foce del fiume Orange, dove nessuno si sarebbe mai aspettato di andarla a cercare. Se non i cercatori di diamanti.