Cigno Nero: nome in codice

Il recupero di 500mila monete d’argento fece il giro del mondo in pochi minuti

Tutti quotidiani si interessarono a questa incredibile scoperta e pubblicarono la notizia. Il comunicato stampa, lanciato dalla Odyssey Exploration di Tampa, Florida, il 18 maggio 2007 lasciò esterrefatti un po’ tutti in particolare coloro che da anni si occupano di ricerche marine e relativi recuperi. La notizia diceva semplicemente che un loro vascello da ricerca, l’Ocean Alert, aveva individuato in un punto dell’Oceano Atlantico il relitto di una nave del XVII° secolo che aveva a bordo un grosso quantitativo di argento. Per mantenere il segreto all’operazione diedero il nome di Black Swan – cigno nero – . Pochi giorni dopo l’Odyssey informa attraverso il proprio ufficio stampa che l’operazione di recupero ha fruttato l’incredibile cifra di circa 500 mila monete d’argento pari a 17 tonnellate di peso. Assieme ai “dobloni”, oro in lingotti, manufatti in metallo prezioso ed altre chincaglierie. Valore stimato 400 milioni di euro.

Sulle prime nessuno crede a questi incredibili numeri. Si pensa ad un boutade pubblicitaria per far smuovere le azioni a Wall Street della Odyssey. Poi piano piano gli esperti del settore iniziano a farsi delle domande e chiedersi quale possa essere la nave da cui hanno raccolto una simile montagna di argento. Poco interessa il dove e il come a Carmen Calvo, Ministro della Cultura spagnolo. Sulla base dell’informazione che le monete erano spagnole – si parla già nella prima fase di dobloni – neanche quindici giorni dopo, il 31 maggio, fa istanza presso il Tribunale di Tampa – luogo in cui la Odyssey aveva depositato l’ “arrest in rem” per la restituzione dei 400 milioni di euro.

La Odyssey si trova immediatamente assediata, questo non se lo aspettava, da uno Stato nazionale. Inizia così una lunga battaglia legale presso il tribunale in cui il governo spagnolo, rappresentato da uno studio legale di Washington, ribatte carta su carta, con puntiglio e cocciutaggine, a tutte le obiezioni della Odyssey che si trova obbligata piano piano a scoprirsi. Per capire questa intricatissima storia l’unica cosa da fare è quella di andare a leggersi gli atti processuali che sono ovviamente pubblici ed ascoltare “voci” ben informate che ci raccontano i dettagli. Nel momento in cui si viene a sapere del favoloso raccolto, i relitti messi in campo, per confondere le acque e sfuggire a tutti i controlli, sono tre: l’HMS Sussex (nave da guerra inglese); il brigantino Royal Merchant (di bandiera britannica); l’Ancona (piroscafo italiano). Per tutti e tre fu depositato, sempre presso il tribunale di Tampa, in date molto ravvicinate, di poco precedenti il recupero, la “denuncia di acquisizione dei diritti di proprietà”.

Il Sussex, con a bordo un valore stimato di 3 milioni di sterline e sei tonnellate circa d’oro, si dovrebbe trovare al confine con la Rocca di Gibilterra, protettorato della Corona britannica. La nave da guerra inglese, in rotta assieme ad altre 40 navi militari, verso lo Stretto, in scorta ad un convoglio, durante una terribile tempesta scompare tra le onde. Si salvano solo due marinai e si perde il tesoro custodito nella sua stiva di cui solo l’ammiraglio Sir Francis Wheeler era a conoscenza. Le tonnellate di oro sarebbero state utili per pagare l’alleanza dei Savoia contro gli odiati francesi. Il naufragio e le conseguenze della mancata alleanza è riportato ampiamente dalla storia che fornisce anche una seconda versione sull’uso di quel denaro: per pagare la parte politica britannica che voleva far abdicare il re con l’uso delle armi.