Le false monete del Polluce

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Tra le migliaia di monete recuperate nell’operazione Polluce molte, e chissà quante, sono falsi “autentici” riproduzioni inglesi prodotte a danno degli spagnoli. Chi le aveva imbarcate o le possedeva ne era a conoscenza? Rimane un bel mistero. Per ora quello che abbiamo scoperto è più che sufficiente a porsi altre domande sullo strano carico affondato a bordo del vapore Polluce la notte del 17 giugno 1841, cinque miglia da Parto Azzurro.


Man mano che le monete tornavano in superficie, da dove erano rimaste dal giugno 1841, erano pulite dal fango con un getto d’acqua. Le prime a rivedere la luce furono quelle che, sparse, giacevano sui resti della fiancata. Poi, mischiato al fango denso e limaccioso del fondo, rividero il sole altre, che più nascoste alla vista, la sorbona aveva risucchiato dentro la grande cassa metallica.

Alcune monete in argento appoggiate sui resti del piroscafo così come apparvero nella prima ripresa del Rov

Si sapeva solo, dalle poche testimonianze storiche, che fossero d’argento. Non si conosceva il taglio e quale nazione le avesse coniate.
Oltre che in singoli esemplari, quelli recuperati nel fango, spesso erano unite tra loro dalla corrosione che le aveva gonfiate, stravolgendone la forma originale.
È il tipico aspetto dell’argento quando rimane molto tempo a contatto con l’acqua di mare. L’azione chimica marina traduce il metallo in sali d’argento (solfuri o solfati) e pian piano partendo dalla superficie trasforma completamente la forma metallica per renderla talvolta irriconoscibile.

Avendo avuto la possibilità di aver visto in anni passati recuperi effettuati su antichi vascelli affondati nei mari temperati dei Carabi non fu una sorpresa vedere tornare in superficie quelle monete così deformate, singole o a blocchi.
Altre, al contrario, erano raccolte in una sorta di pila ben ordinata avvolte da un materiale che le teneva unite. Un po’ come le monete metalliche attuali quando si prelevano direttamente in banca consegnate in tubi di carta pesante.
Con molta probabilità questa parte di monete aveva una diversa provenienza rispetto alle altre e forse era destinata per un diverso uso. Infatti, mentre quelle sciolte erano, come si scoprì, spagnole queste recavano su una faccia i tre gigli di Francia sormontati da una corona: 5 franchi d’argento coniati nei primi anni dell’ottocento.
Sarebbe stato interessante capire perché erano state confezionate in quel modo. Sapendolo si sarebbe arrivati anche a comprendere se erano state riposte, per il trasporto, in un particolare tipo di contenitore.

Un’analisi visiva molto superficiale aveva indotto a pensare che il materiale che l’avvolgeva avesse protetto contro l’azione corrosiva l’argento racchiuso all’interno che dimostrava essere ancora in buone condizioni. Avrebbe potuto essere un sottile foglio di zinco oppure piombo ma la protezione, al tatto non era né morbida, come potrebbe essere il piombo né presentava una coloritura particolare come avrebbe potuto mostrare lo zinco.
Questo piccolo mistero si chiarirà, quando i restauratori eseguiranno un esame chimico adeguato ed assieme a questo forse scopriranno anche qualcosa di più curioso. A cui siamo arrivati casualmente continuando le ricerche su quanto trasportasse il Polluce in quell’ultimo fatale viaggio, punto oscuro di tutta la faccenda.
Il sistema di recupero prevedeva che con l’uso di una sorbona ad acqua il sommozzatore pulisse quelle aree che gli archeologi avevano richiesto. Quanto la sorbona aspirava ricadeva una pesante cesta di metallo dalle pareti munite di sottili fori che avrebbero provveduto a trattenere anche il più piccolo reperto fino in superficie. Tutto sarebbe poi passato sui setacci dei vagliatori che avrebbero raccolto anche la più insignificante testimonianza. Che lavata passava al tavolo di raccolta dove era catalogato rapidamente e poi riposto in appositi contenitori.

Escluso le monete con i tre gigli, le altre erano colonnati spagnoli. I coloni inglesi dell’America del Nord li chiamavano “pillar dollar” – dollari delle colonne – che divennero “bust dollar” quando su una faccia delle monete fu inciso il busto del re.
Per entrambi i casi, il loro valore era di otto reali ed erano conosciuti come i “pezzi da otto”.

Un Peso de a Ocho, un pezzo da otto, equivaleva a 8 reales d’argento, pari a 272 maravedis: 28,7 grammi o una oncia Maravedi: moneda de cobre muy pequeña, de uso muy común solo en España. Real de plata: equivale a 34 maravedies. Real: 3, 43 g. de plata Doblón: pieza de oro de 2 escudos (6,8 g.). También se aplicaba este nombre a la pieza de 4 escudos (27,20 g.) y de 8 escudos (54,4 g.). Ducado de plata: equivale a 11 reales y 1 maravedi. Ducado: 11 reales: 37,76 g. de plata. Escudo: 3,40 g. de oro, equivalente a 10 reales

Negli Stati italiani erano indicati come “pezzi colonnati” o “pezzi senza colonne” per riferirsi all’uno o all’altro tipo e sulla piazza di Genova erano cambiati a quasi cinque lire nuove e mezzo.

Il colonnato di cui si è visto un maggior numero è del tipo più recente, coniato sotto vari re spagnoli ad iniziare dalla metà del 1700 [Carlo III (1759- 1788) e IIII (1788 – 1808) e Ferdinando VII (FERDIN VII 1808 -1833)].
Reca su di una faccia due colonne – che racchiudono lo stemma di Castiglia sormontato da una corona – inscritte in una dicitura simile a questa: REX M° 8R F M HISPAN ETIND.
Nell’ordine significa Re – M° zecca Città del Messico – 8R otto reali – F M Città del Messico 1772-1801 * – di Spagna e delle Indie.
La faccia contrapposta reca il busto laureato con l’iscrizione CAROLUS IIII DEI GRATIA 1786 (Carlo IV Per Grazia di Dio 1786).

* L’inclusione del contrassegno dello stimatore (FM in questo caso) del metallo su tutta la produzione spagnola, obbligatoria dal 1497, era necessaria per identificare chi aveva preparato la lega, per la quale, aveva garantito che la finezza corrispondesse a 11 dineros e 4 grani, prelevati direttamente dal deposito reale.

Grosso modo, provenivano tutte dai territori spagnoli del Centro e Sud America e avendole potute controllare una ad una forse avremmo potuto scoprire se erano state coniate a Lima piuttosto che a Cuzco, a Santiago anziché a Potosì.

Solo in un paio di casi fu possibile osservare monete che portavano effigi diverse. Il caso aveva voluto che su due diverse monete si fosse salvato in lato diverso dall’altro. Si trattava di un “pillar dollar”. Molto chiaro lo stemma spagnolo al centro con a fianco le lettere R S e 8 C N.
L’iscrizione attorno era illeggibile consumata dall’azione marina.
Sull’altra moneta le due colonne erano molto più elaborate ed una corona sormontava al centro due globi. La scritta diceva M° UTRAQUE VNUM [Unico tra le acque] M° 17xx [data illeggibile]. Coniata a Messico City (M°) tra il 1732 ed il 1772 sotto il regno di Filippo V (1700 – 1746) o Ferdinando VI (1747 – 1759).
Le lettere R S e C N non risultavano in nessun catalogazione disponibile.

Se era curiosa la loro presenza su una nave in Mediterraneo, altrettanto lo era la colorazione di alcune di queste monete. Consunte, unite assieme dai composti chimici, dalla degradazione, forse anche dal forte impatto subito, molte di loro, ripulite con il semplice movimento del pollice, che ne asportava il fango superficiale, rivelavano un colore di fondo dorato o rossiccio.
Gianluca fu uno dei primi a notarlo da buon chimico qual è stato. Si accorse che la coloritura dell’argento era molto particolare. A meno che un lato non sia stato molto a contatto con materiale quale il rame non avrebbe potuto possedere quel tipo di colorazione. Ma anche questa supposizione lasciava dei dubbi.

Inoltre alcuni colonnati recavano al centro una particolare punzonatura ovale, molto piccola, in cui era impresso un busto regale di difficile riconoscimento.
Fu logico pensare che il punzone rappresentasse una sorta di ulteriore legalità della moneta magari in colonie dove non essendo conosciuta non era ancora accettata.
Quelle poche che vedemmo passarono come una strana curiosità.
Il lavoro di recupero procedeva rapidamente e non c’era tempo di analizzare tutto.

Solo più tardi, riguardando le fotografie scattate da varie autori, ci si accorse che le monete punzonate e quelle con la strana coloritura dorata e rossastra a seconda i casi potevano nascondere un piccolo mistero storico che fa comprendere come la ricerca marina sia molto più complessa di quanto si possa pensare.
Ci siamo arrivati solo con l’uso delle fotografie, che per fortuna erano state scattate in quantità, e con una ricerca sui libri storici che trattano l’argomento.

Memore di aver letto di strabilianti recuperi caraibici, ed aver visto i resti di numerosi relitti tropicali, iniziai a cercare proprio in quei libri il motivo di quelle apparenti incrostazioni sulle monete e sul loro particolare colore. Solitamente soggetti di questo genere sono stati ampiamente trattati da studiosi d’oltre oceano che hanno avuto maggiore possibilità di studio per i numerosi ed importanti ritrovamenti avvenuti ad iniziare dal 1950.

Una rapida catalogazione delle monete, con anno di conio e luogo, l’ho fatta con l’uso di un manuale scritto negli anni sessanta da Mendel Peterson, responsabile del dipartimento di Storia e Tecnologia dello Smithsonian Institute di Washington.
Tra pesi e misure di antichi cannoni, dettagli di ancore ammiragliato britanniche e chiodi francesi, dati sulle correnti galvaniche, pesi molecolari dei metalli, l’autore elencava anche una serie di monete con date e provenienze ritrovate nei fondali del Mar dei Carabi.
Non molto ma sufficiente per capire da dove il carico in argento del Polluce provenisse.
Quel denaro aveva fatto un lungo giro, prima di essere imbarcato chissà se a Napoli o a Civitavecchia destinato a Livorno o forse a Marsiglia.

Quello che non convinceva era la colorazione delle monete e la forte corrosione.
Seguendo il filo indicato da Peterson ci addentrammo in una sorta di giungla qual è la numismatica di quel periodo dove è necessario essere dei veri specialisti per potersi raccapezzare.
Sapevo, perché mi era stato spiegato, che un blocco seppur piccolo qual è una moneta ha una consunzione lenta ma costante che inizia dalla superficie. Il metallo si consuma assotigliandosi fino a diventare un velo e quindi dissolversi.
Le monete che avevamo fotografato, avevano una sorta di corrosione a strati, molto innaturale. Mentre la parte superficiale, di colore grigio scuro, molto porosa, era sicuramente argento in decomposizione salina, lo strato o gli strati inferiori apparivano ad un forte ingrandimento, possibile sul computer, come di un metallo più consistente, compatto e lucido.

Purtroppo non era possibile fare altro, non potendo disporre degli originali, se non passare quelle fotografie a diversi ingrandimenti e con colori falsati che ad ogni ulteriore passaggio insospettivano sempre di più.
Dai miei vecchi ricordi tirai fuori due monete: una completamente consunta, recuperata sul relitto del Vanlinden a Freeport Grand Bahama, e l’altra acquistata da ragazzino su una bancarella.
La prima era quel che rimaneva di un “pezzo da otto”. Lo sapevo non solo perché l’avevo raccolto nel punto del naufragio, ma perché solo l’anno prima avevo avuto conferma dal venditore in Florida che disponeva di una parte delle migliaia di monete raccolte in tre metri di profondità da un gruppo di ricercatori.

La seconda, in ottime condizione, d’argento, riportava da un lato la scritta UTRAQUE VNUM – 1732. Un “columnarios” o dollaro delle colonne, che l’unico esperto e collezionista americano di questo tipo di monete giudicò falsa. Pur recando la stampigliatura F 8 – un reales o pezzo da otto – ai lati dello stemma spagnolo non aveva il bordo seghettato ma godronato come nelle moderne monete.
Inoltre insospettiva che fosse del 1732, anno in cui tutta la flotta del Nuovo Mondo finì distrutta da un urgano nel Canale della Florida, con tutta la produzione di monete con quella data.
Il collezionista, alla mia richiesta, aveva risposto semplicemente con un “sorry, it’s fake” – mi spiace, è falso.

Fu questo termine a far scattare una ricerca completamente diversa tanto per non lasciare inesplorato nulla.
“Fake Carolus” – carolus falso – fu la semplice stringa battuta nella ricerca online.
Il colore anormale delle monete del Polluce mi avevano condotto verso quella pista.
Che risultò corretta.
Presso il Museo di Birmingham, in Inghilterra, era presente nella collezione di monete un “countermarked dollar on spanish 8 reales”, vale a dire un dollaro o colonnato Carolus IIII con la punzonatura, del tutto simile a quelle che erano state raccolte sul Polluce.

La moneta, acquistata dal Museo di Bristol, portava la seguente nota descrittiva:
questo dollaro d’argento spagnolo proveniente dal Messico era usato come moneta corrente ufficiale [in Gran Bretagna] durante il regno di Giorgio III. Grazie ad una forte mancanza del prezioso metallo il governo decise di contromarcare un gran quantitativo di queste monete catturate agli spagnoli che non erano ufficialmente in circolazione. Furono immesse solo nel 1797 con un valore di quattro scellini e nove penni. In termine dispregiativo si diceva che “due teste di re non facevano una corona” [nel senso della moneta], oppure “la testa di un pazzo sulla testa di un cazzo”.

(gli inglesi pudici hanno tradotto il termine ass con asino ma il vocabolario dice esattamente quello che ho scritto- traducilo come vuoi)

Di conseguenza un certo numero di monete che facevano parte del carico del Polluce erano state coniate nel Nuovo Mondo, catturate dagli inglesi, messe in circolazione ufficialmente dal governo di Sua Maestà, quindi ritornate in territori spagnoli per arrivare infine al punto di imbarco della nostra nave.
Ma quello che il Museo inglese non diceva era altro. Scoperto dopo una lunga ossessionante ricerca.
Nel sito di una comunità di numismatici, un anonimo venditore chiedeva lumi circa un “reales da 8” contromarcato che un suo cliente gli aveva dato da vendere.
La moneta era simile a quella del museo ed a quella del Polluce.

La risposta data dall’esperto il 22 maggio 2005, è dettagliata e curiosa:
Questa [moneta] è una contraffazione Birmingham – eseguita in Inghilterra tra il 1796 ed il 1820.
È una copia Sheffield di un reales da 8 di Carlo IIII con una falsa punzonatura della Banca d’Inghilterra con il busto di Giorgio III. Quando apparvero queste monete diedero vita ad un detto popolare: la Banca per far passare queste monete ha stampato la testa di un pazzo sul collo di un cazzo. La laminazione Sheffield *, quella che conosciamo come “silverplate” è una sorta di sandwich di due sottili lastre d’argento stese sopra ad un’anima di rame o ottone. Questa tecnica è stata introdotta a Sheffield per costruire oggetti d’argento poco costosi.


Nonostante la breve stagione, 1743-1840, lo Sheffield Plate ha avuto un’importanza enorme nella storia della produzione di oggetti d’uso in metallo non solo come primo concorrente dell’argento, che spesso ha eguagliato sul piano artistico, riprendendone le tecniche ed i motivi decorativi, e decisamente superato su quello commerciale, ma anche come stimolo per artigiani e tecnici, alla ricerca di soluzioni alternative rispetto all’argento.
Thomas Boulsover (1704-1788), cui è attribuita la scoperta di quello che sarebbe poi stato chiamato “Sheffield Plate” dal nome della città di origine, rientra nella lista degli inventori del ‘700, benchè la sua fama sia nota soltanto ad amatori d’arte e collezionisiti. L’invenzione avvenne in maniera casuale. Pare che Boulsover, un coltellinaio di Sheffield, mentre riparava il manico di un coltello si sia accorto che era possibile saldare perfettamente lastre di argento e di rame, solo sottoponendole a forte pressione a caldo.
La scoperta di Boulsover permetteva di riprodurre tutti gli oggetti realizzati in argento sterling (cioè puro), in questo nuovo composto, lo Sheffield, ad un prezzo più economico, favorendo classi medie, desiderose di emulare lo “status simbol” dell’aristocrazia e dell’alta borghesia. Occorre tuttavia rettificare quanto è sempre stato detto a proposito della diffusione dello Sheffield presso la media borghesia.
In effetti non fu soltanto questa ad apprezzare tale produzione; gli stessi nobili, infatti, non esitarono a collezionarla. La riprova è la frequente presenza di stemmi nobiliari su molti pezzi.

Henri Delauze patron della Comex con alcune monete appena ripesca durante la ricerca condotta alla presenza della Sopraintendenza di Firenze

L’argento usato è normalmente di valore 0,900 in modo da ottenere una finitura reale.
I due strati d’argento sono saldati con l’uso di una pressa a rulli. Lo spessore dei metalli che compongono il sandwich è stato calcolato in modo da ottenere alla fine il medesimo spessore e peso della moneta originale. Il bordo dove il rame rimane esposto è ricoperto da un’ulteriore striscia di metallo che è ribattuta da un lato e dall’altro. Se da un lato è perfetta, dall’altro non lo è mai.
Molte copie sono ottime – continua l’esperto – e sono attribuite a Mattew Bolton [l’inventore del sistema], ma molte erano imperfette come la questa copia tanto che non è necessario tagliarla verificare l’interno.
Le prime copie di “reales”, prodotte in decine di migliaia con il supporto indiretto del governo, furono realizzate durante la guerra contro la Spagna nel 1796 e non portavano alcuna punzonatura. Furono esportate verso le colonie spagnole con la speranza che i falsi “bustman dollars” – dollari con il busto – avrebbero potuto destabilizzare il sistema monetario iberico. In pochi anni la Spagna è riuscita però a pubblicare una lista di 18 date false attribuibili alla “zecca di Birmingham” e l’elenco è inserito nel libro del “Coronado” sui falsi spagnoli.
I reales falsi sono facilmente scopribili in base alla datazione ed all’imperfezione di uno dei due bordi ribattuti.
Un secondo tipo, abbastanza comune di falso di Birmingham, è quello con la punzonatura. Le monete sono uscite dalla medesima zecca e molti esperti sono concordi nel ritenere che una buona parte non fossero ancora state immesse in circolazione. Così furono punzonate con il busto di Giorgio III ed immesse legalmente solo in Inghilterra. La circolazione di queste monete era così alta che fu necessaria una legge del Parlamento per vietarne la contraffazione, che prima di allora era tecnicamente era possibile.
L’uso della punzonatura fu impiegato per tentare di avere argento fresco di cui l’Inghilterra aveva gran bisogno per la guerra che stava conducendo contro la Spagna. L’argento era utilizzato per riequilibrare la sterlina e non era immesso come nuova moneta. In circolazione rimanevano solo quelle che avevano una consunzione non superiore al 50 per cento.
Il 1781 è la data più antica a cui si possono attribuire i falsi, mentre i più recenti arrivano fino all’ultimo decennio del 1800. Ci sono in circolazione tre punzoni falsi di Giorgio III, ma è capitato che su monete false vi sia stampigliato il punzone “legale”.

Tra le migliaia di monete recuperate nell’operazione Polluce molte, e chissà quante, sono falsi “autentici” riproduzioni inglesi prodotte a danno degli spagnoli. Ma di questo, chi le aveva spedite o le possedeva ne era a conoscenza? Rimane un bel mistero. Rimane da conoscere l’elenco delle datazioni false contenuto nel “libro del Coronado”.
Che ci permetterà di capire se tutte le monete tornate a casa grazie all’opera del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Firenze sono vere o false.
Per ora quello che abbiamo scoperto è più che sufficiente a porsi altre domande su quello strano carico affondato la notte del 17 giugno 1841 a cinque miglia da Parto Azzurro.