Cos’è il vento

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Il vento? Tu lo sai cos’è? Amica mia? Quello che si leva improvviso da ponente e stria il mare di solchi bianchi e profondi e si intrufola ragliando nei carugi stretti e alti (sai cosa sono i carugi ?) scompigliando i panni stesi e facendo sbattere le imposte.
Tu l’hai mai visto il mare grigio d’inverno, quando con furia sbatte sulla scogliera e inzuppa le rotaie del treno con la sua spuma biancastra e la polvere bagnata si disperde tra gli ulivi?
E quando il cielo si fa nero dalla parte della Francia e le nubi arruffate si raccolgono sull’orizzonte sospinte dalla burrasca del golfo del Leone la gente fugge, scivolando sull’acciottolato, colpita da enormi chicci di pioggia come se Eolo si divertisse a giocare al tira segno cercando di colpire i passanti sotto i loro striminziti ombrelli contorti dal vento.
……. mia gente a vagu a cà, u sta pe’ ciove …….
…… andamu che ghe ne pe’ tuti! a lé un tempu da can!
Le foglie degli ulivi sconvolte dal vento sono d’argento, ogni balza della collina è d’argento, il vento sale dal mare accarezzandola ruvidamente, scuotendo alberi e cataste di legna, correndo tra i vetri delle serre, mugolando negli anfratti vuoti del borgo mentre i vecchi, giù al porto, assicurano le cime dei bragozzi e si ritirano frettolosi nei loro scagni.
C’è odore di salsedine, di stantio, di muffa, di pesce marcio, di alghe gettate sulla strada, c’è l’odore del mare che si scuote, che rigetta sulla battigia ogni cosa, viva o morta.
La pioggia si è fatta un rivolo prepotente lungo le scale del borgo e cerca la via verso il basso, il mare, allagando le scarpe ai passanti che a fatica risalgono la lunga sequela di gradini di pietra grigia e lucida.

Tu lo sai cos’è il sole? Quello dal colore rosato che inonda ogni porta ed ogni finestra, che ha l’odore dei datteri sfatti e dei geragni rossi, quello che ti fa socchiudere gli occhi umidi e ti fa appisolare sotto la tettoia di canne.
Tutto è diafano, avvolto da un nebbia impalpabile.
Il vapore del mare esala verso le colline, avvolge i muri del borgo, la pietra è calda e scivolosa, le botteghe sono chiuse, i cani inebetiti annusano gli angoli, i vecchi al porto sonnecchiano sotto le reti stese, i gabbiani non volano, le strade sono deserte, il venditore ambulante di gelati si è tolto le scarpe, le nonne hanno fazzoletti bianchi sotto le ascelle, gli autobus sono fermi in piazza con le porte spalancate, il mare è una lastra, l’odore è di sale; ti opprime le narici.
La mattina il sole sa di afa, già asfisiante, è secco, caldo, brucia la pelle nuda, ritaglia forme, sa di erba e di salasedine, i petali dei garofani sono aperti e pregni di colore su steli verde rame, il rumore è ovattato, le donne scendono svelte dal borgo, dalle scale e dai viottoli ripidi; si salutano sommessamente con la borsa di rete al braccio.
Alla colonia balneare i bambini piemontesi sono in fila per due con cappello di paglia in testa e mutandoni, zitti e ritti a guardare quel mare che per loro è pianura senza monti di sfondo.
C’è profumo di pane fresco intorno, c’è rumore di zoccoli e piedi nudi.
La luce staglia nelle sottane leggere le gambe delle donne. S’intravedono epidermidi fin su alle cosce e giù fin agli ombelichi. Le stoffe a fiori disegnando forme che si fan spiare, sfuggenti pensieri di amplessi campestri.

….. anemu a cà, tanto nu ghe un belin da fà …….

E tu lo sai cos’è l’odore delle ginestre in primavera?
E la puzza dei piemontesi? che verdi, pallidi, anossici, stranieri, diversi, scendono appesantiti da coppotti grigi da oltre il passo di Nava e si riversano come un fiume giù fin sulla sabbia ad assaggiare con la punta del piede scalzo il colore del mare.
Scuotono il loro piede ceruleo e calloso nell’acqua tiepida.

….. bastalà Tonio ma l’è daver cauda né, Tonio ma quest l’è il mar? ….

Salgono verso il borgo in pelliccia e ciabatte da camera perché le loro scarpe nuove sono troppo strette per affrontare le stradine, i carugi, i saliscendi continui di cui l’antico borgo saraceno è fatto.

…. mia ma duve i van sti crucchi?….

Il ligure piega la testa facendo rotolare fuori dalla gerla le olive nere e lucide.

E tu lo sai cosa sono trecentosessanta gradi di panorama piatto, una linea continua che divide la terra da un cielo opaco, mai tenebroso o luminoso, ma opaco. Ovunque tu ti volti, ovunque tu ti sposti, il tuo orizzonte è sempre piatto come il tuo spirito, come le tue meningi, come le tue speranze. Piatte. Ti chiedi, ma cosa faccio qui, nel bel mezzo di trecentosessanta gradi di piattume, e ovunque sposti il mio centro ho sempre trecentosessanta gradi di piatto.
Dov’è il vento, la burrasca, l’odore di marcio, la salsedine, l’asprezza della gente, il carattere duro e rugoso degli abitanti del borgo, i cani randagi, le urla delle donne al mercato dei fiori, i colori dell’arcobaleno d’inverno, i carrugi, i piemontesi, quelli che partono, quelli che arrivano.

Dov’è il mare? Porca vacca.

No! Nulla di tutto questo, solo sterminate distese piatte di cavoli coperte di sole bollente o di nebbia spessa e umida tanto che quando vedi il cielo color cianotico gridi alla bella giornata; ti senti felice; pensi a quanto sia viva in fin dei conti la vita.
Ma dov’è il resto?

Solo silenti personaggi che vagano trainando aspergitori di merda, spruzzatori di veleno, aratri appuntiti tra ville neoliberti, colonnati asburgici, case californiane circondate da frotte di animali che diverranno prosciutti, salami, soppressa, ciccioli.
Piatto, più piatto.
Solo visi inespressivi chiusi e rinchiusi, visi bassi che si illuminano solo davanti alle minestre, vera fierezza delle genti della piatta che abusan solo del tradizionale liscio.