I 1400 del Laconia


È deludente scoprire come nella documentazione ufficiale depositata negli archivi inglesi “sull’incidente” del transatlantico Laconia – gli alleati usassero questo termine. I Governi dell’ASSE scrissero come non vi fosse cenno alla perdita di 1400 italiani prigionieri di guerra sui circa 1800 presenti sulla nave. Si menziona solo che “one thousand, six hundred people were lost with the Laconia”- 1600 persone morirono nel Laconia. Anzi, nella raccolta di documenti, resi pubblici nel 1972, non vi nulla se non le proposte di medaglie con cui insignire al merito alcuni marinai inglesi per essere stati salvati dopo 30 giorni dal naufragio. Dal 12 settembre 1942, quando il Laconia affondò colpito da due siluri tedeschi, di quel tragico evento se ne riparlerà solo a Norimberga, fine guerra, quando l’ammiraglio Dönitz sarà processato per crimini di guerra e condannato.
Poi più nulla fino al 2002.

IL DOCUMENTARIO
Un documentario della BBC titolato «Guerra nell’Atlantico» ricorda l’affondamento del Laconia. Evitando di entrare nei particolari dei prigionieri italiani. Un solo semplice commento quando si descrive il numero di persone a bordo: 2700 di cui 1800 italiani. Ed a proposito dei naufraghi: centinaia di uomini, in gran parte italiani, erano in acqua alla disperata ricerca di un posto nelle scialuppe. Anche gli americani non ci fecero una gran bella figura in questa vicenda. Un bombardiere Liberator, malgrado avesse ricevuto in chiaro da un ufficiale della RAF ripescato dall’U-boot il messaggio che vi erano naufraghi inglesi bombardò quei poveri disgraziati. I comandi americani ammisero solo molti anni dopo la guerra il loro rammarico per quanto accadde senza mai esporsi più di tanto. Solo lo storico americano Clay Blair jr. nel suo «Hitler’s U-boot War» scrive esattamente cosa accadde fornendo la prova della volontà di quanto avvenne..
DAL 1942
Dal ’42 ad oggi comunque, che si sappia, il nostro governo ha mai svolto alcuna particolare indagine per capire le reali circostanze della morte di 1350 prigionieri italiani (gli inglesi furono 11 su 811) morti annegati, chiusi a chiave nelle stive del Laconia. Nessuno si è mai occupato né della vicenda né della loro sorte, nessuno li ha mai ricordati, mai una citazione. Come se fosse una vergogna nazionale trattare certi argomenti che van meglio confinati nel dimenticatoio. La vicenda del Laconia sta diventando un film, prodotto dalla televisione tedesca. Una finta sovrastruttura del piroscafo, nell’autunno del 2009, è stata costruita sul lungomare di Città del Capo mentre la sagoma di un U-boot sta sulla spiaggia di Strandfontein. Sarà curioso vedere come i nostri prigionieri saranno trattati.
LA NAVE
Il Laconia, un transatlantico della Cunard White Star da 19.695 tonnellate, requisito per il trasporto truppe, al comando del cap. Rudolph Sharp, la notte del 12 settembre 1942 si trovata al largo della costa orientale africana. Aveva a bordo un equipaggio 463 uomini, 286 passeggeri militari,183 guardie polacche adibite ai prigionieri italiani, ben 1800, i superstiti della prima battaglia di El Alamein del luglio ’42.

Partita da Cape Town era diretta in Gran Bretagna. Il piroscafo armato con due cannoni e sei binati antiaerei zigzagava a luci spente. Un obiettivo militare a tutti gli effetti per gli U-boot presenti in quella vasta area equatoriale dell’oceano Atlantico. Uno di questi, l’U156, al comando del capitano Wermer Hartenstein incrociò la nave e dopo averla seguita fino al calar della notte lanciò da breve distanza due siluri: uno a prua, l’altro a mezza nave. L’operatore del Laconia inviò un immediato SOS, fornendo nome e posizione indicando con 3 SSS la presenza di un sommergibile tedesco. Nessuno rilevò né questo né il secondo messaggio ascoltati invece dal capitano del sommergibile. Alle 2115 il Laconia iniziò ad affondare lasciando a galleggiare in acqua centinaia di uomini e poche scialuppe. Hartenstein continuò a girare attorno alla scena del naufragio, con l’intenzione di catturare comandante e direttore di macchina, osservando che la maggior parte delle scialuppe per imperizia o per il panico erano finite in mare, capovolgendosi. Avvicinatosi ancora di più riuscì a sentire grida di aiuto in italiano.Raccolse due di questi naufraghi e seppe che la nave aveva a bordo un numero considerevole di prigionieri di guerra italiani. Ma seppe anche che al momento dell’esplosione dei siluri le guardie polacche, su ordine degli inglesi, avevano chiuso all’interno delle stive i prigionieri. Evitando ogni fuga. Solo dopo una lotta selvaggia con le guardie alcune decine di loro riuscirono a sfondare le grate delle gabbie nelle stive e a precipitarsi in coperta da dove si lanciarono in mare. Il comandate tedesco non aveva trasgredito a nessuna delle regole di ingaggio osservate sia da anglo americani sia tedeschi. La nave era armata, navigava a luci spente, inalberava bandiera inglese. Come prevedevano le regole della Marina tedesca, nessun naufrago doveva essere raccolto ad eccezione del comandate e del direttore di macchina della nave colpita.

Il Comandante Hartenstein

Hartenstein avrebbe potuto tornare ai suoi compiti lasciando al proprio destino centinaia di naufraghi. Comprese invece che la situazione avrebbe potuto degenerare con gravi conseguenze politico-militari essendo l’Italia un alleato.

IL MESSAGGIO
Hartenstein Inviò un immediato messaggio al suo comandante in capo Dönitz spiegando che nel siluramento «sfortunatamente» il Laconia aveva a bordo oltre mille italiani. Richiedeva istruzioni: 13,9 – ATLANTICO VERSO FREETOWN – AFFONDATO INGLESE LACONIA QU. F.F. 7721 – 310 – PURTROPPO CON 1800 PRIGIONIERI ITALIANI – SINO AD ORA 90 SALVATI – COMBUSTIBILE 157 M3 – SILURI 19 – ALISEI FORZA 3 – CHIEDO ORDINI”. Dönitz ordinò di raccogliere solo gli italiani e informò di rimanere nell’area perché altri 5 sommergibili tedeschi più l’italiano Cappellini si sarebbero diretti nella zona per la raccolta dei naufraghi. Avrebbero poi dovuti essere scaricati in Costa d’Avorio, 600 miglia a nord ovest. Hitler benché mortificato per l’accaduto, dichiarò – non ordinò – che il capitano del U-boot avrebbe dovuto lasciare la scena del disastro e proseguire per la sua missione. Inviare altri sommergibili voleva dire scoprire le proprie carte poiché erano tutti impiegati in una operazione che prevedeva l’attacco ai mercantili inglesi diretti a Cape Town. L’unico cambiamento fu ordinato dall’ammiraglio Reader che informò gli U-boot che una nave francese del governo di Vichy li avrebbe attesi in un punto prestabilito. Nel frattempo Hartenstein aveva raccolto sul sommergibile i primi 172 italiani, 21 britannici tra uomini e donne.

Il punto rosso indica l’area del naufragio

A Donizt descrisse esattamente l’affondamento e suggerì un «temporaneo cessate il fuoco» in quell’area. Che dopo un lungo batti e ribatti non fu approvato. Il capitano Hartenstein non fu avvertito di questa decisione. Senza attendere ordini, di sua iniziativa, contravvenendo gli ordini in vigore, trasmise in chiaro, per 3 volte in inglese, alle 6 del mattino del 13 settembre «non attaccherò alcuna nave o aereo che darà assistenza ai naufraghi del Laconia. Ho raccolto 193 uomini, in 4°52” Sud, 11°26” Ovest- sommergibile tedesco». A Freetown gli inglesi intercettarono il messaggio ma pensarono che fosse una trappola. All’alba del 15 settembre, più di due giorni dopo il naufragio, arrivò l’U-506, raggiunto nel pomeriggio dall’U-507. Il primo raccolse 132 italiani e 10 tra donne e bambini inglesi, e prese a rimorchio quattro scialuppe con circa 250 persone; il secondo prese a bordo 129 italiani, 1 ufficiale inglese, 16 bambini e 15 donne, e a rimorchio 7 lance con 330 superstiti fra cui 35 italiani. Hartenstein rimase con 131 superstiti tra cui cinque donne. Il giorno dopo Dönitz inviava questo messaggio ai suoi sommergibili: “PER IL GRUPPO LACONIA. AVVISI COLONIALI DUMONT-D’URVILLE – ANNAMITE – ARRIVERANNO PROBABILMENTE MATTINATA DEL 17.9. INCROCIATORE CLASSE GLOIRE VIENE A GRANDE VELOCITA’ DA DAKAR. QUI APPRESSO ISTRUZIONI PER CONTATTO”.Erano le navi francesi inviate per il recupero dei naufraghi.

IL CAPPELLINI
Anche il sommergibile italiano Cappellini aveva raggiunto l’area. Il mattino del 16 incontrò la prima scialuppa con 50 inglesi ben provvisti di acqua e viveri. Due ore dopo un’altra con uomini donne e bambini inglesi che rifornì di acqua e viveri. Nel pomeriggio incontrò le scialuppe con a bordo degli italiani: “..si possono sentire sempre più distinte le invocazioni di soccorso: in milanese, in napoletano, in siciliano. Tutto intorno galleggiano cadaveri profondamente dilaniati dai denti degli squali. Altri hanno le mani recise come con un colpo d’ascia”. Le scialuppe erano quelle dei naufraghi che erano stati salvati da Hartenstein che, dopo l’attacco aereo americano, era stato costretto a sbarcare. Il Cappellini, imbarcati sottocoperta 49 italiani feriti e sistemati sul ponte tutti gli altri naufraghi, cercò per altri quattro giorni le navi francesi di soccorso, che nel frattempo avevano già preso a bordo tutti i superstiti salvati dagli U-Boot 506 e 507: più di 700 inglesi, 373 italiani, e 72 polacchi, che arrivarono a Dakar il 27 settembre. Finalmente, domenica 20 settembre alle 8 il Cappellini s’incontrò con il Dumont d’Urville del capitano Madelin, a cui consegnò 42 italiani e 19 inglesi. Altri 7 italiani e 2 inglesi rimasero a bordo e seguirono il sommergibile fino a Bordeaux, sede della base navale italiana.
NON FINISCE QUI
La tragedia non termina qui. Alle 11.25 del 16 settembre la scena del naufragio fu sorvolata da un B-24 ‘Liberator’. A bordo il tenente-pilota James D. Harden, il tenente Edgar W. Keller, e l’ufficiale di rotta Jerome Periman. Attorno all’U156, su cui era stesa una enorme bandiera bianca con croce rossa (insegna della Croce Rossa) centinai di corpi e decine di lance. Dal sommergibile partì in morse un messaggio QUI SOMMERGIBILE TEDESCO CON NAUFRAGHI INGLESI”. Non vi fu risposta. Un ufficiale inglese chiese ad Hartenstein di trasmettere un altro messaggio: “QUI UFFICIALE R.A.F – A BORDO SOMMERGIBILE TEDESCO. CI SONO I NAUFRAGHI DEL LACONIA, SOLDATI, CIVILI, DONNE, BAMBINI”. Nuovamente nessuna risposta.

Foto archivio

Alle 12.32 l’apparecchio americano ritornò e bombardò il sottomarino con cinque bombe: centrò una scialuppa, un’altra colpì l’U-Boot che subì avarie agli accumulatori ed al periscopio. Il quadrimotore B-24 stava sorvolando il settore nord – occidentale dell’isola di Ascensione, l’isola britannica da un mese sotto il controllo americano. La base doveva restare segreta e nessuna nave nemica o neutrale doveva avvicinarla. Quando il pilota avvistò il sommergibile in emersione circondato dai canotti dei naufraghi, chiese istruzioni precise al colonnello James A. Ronin che comandava la base a Wideawake, la AA Composite Force 8012. Questi ne discusse con il capitano Robert C. Richardson III; quindi chiesero istruzioni a Washington. Nessuna risposta. Il quadrimotore aveva perduto molto tempo in attesa di risposta e quando ricevette l’ordine «SINK SUB» – affondare il sommergibile – aveva carburante appena sufficiente per rientrare alla base.
Hartenstein ordinò di evacuare i naufraghi e, fatte tagliare le cime che trattenevano le scialuppe, s’immerse alla profondità di 60 metri. Quando, molte ore dopo riemerse, trasmise il seguente messaggio al suo comando: “HARTENSTEIN – STOP – LIBERATOR AMERICANO CI HA BOMBARDATO CINQUE VOLTE CON QUATTRO LANCE CARICHE NONOSTANTE BANDIERA CON CROCE ROSSA DI 4 METRI QUADRATI – STOP – ALTEZZA ERA DI SESSANTA METRI – STOP – I DUE PERISCOPI DANNEGGIATI – STOP – INTERRUZIONE SALVATAGGIO – STOP – TUTTI SGOMBRATI DAL PONTE – STOP – VADO A OVEST PER RIPARARE – HARTENSTEIN».


Documenti riguardanti la vicenda del Laconia degli archivi inglesi- Come si può leggere non furono disponibili fino al 1972- Sono deposizioni di due persone (Vines – Large) che sono state testimoni della vicenda e rilasciano le proprie testimonianze sull’accaduto