Il gusano del Duca

Quattro massicci marinai stavano alando la pesante àncora aggrappata al fondo melmoso.Città e porto ancora silenziosi. La campana di una chiesa fece sentire i rintocchi. La prima messa. Uno di loro si fece il segno della croce. Una striscia chiara dalla parte del mare aperto disegnava i contorni della terra.Una barca si avvicinò alla fiancata della caracca, un marinaio si sporse, lanciò una cima.Due uomini si aggrapparono, le mani forti e callose afferrarono la biscaglina e in un attimo furono in coperta. Il marinaio abbassò la testa in segno di saluto e reverenza e scomparve lasciandoli soli.Il cigolio della catena che sbatteva nell’occhio di cubia li fece voltare, poi nel buio del mare circostante, punteggiato dai lumi degli altri mercantili alla fonda come lucciole in un bosco udirono un grido… Ehi! di bordo. Lo sciabordio della piccola imbarcazione li fece voltare. Un uomo in piedi, e un vogatore al remo, nell’ombra si avvicinava.
Dogana del Duca di Genova, dichiarava a voce alta l’uomo con il mantello scarlatto.
Pagata messere e con ceralacca sul manifesto, la risposta nel buio.
Ma l’officiale doganiere salì rapidamente a bordo arrancando sulla scala di corda sdrucciolevole. Un fioco lumino appeso all’albero di maestra spandeva un po’ di luce. L’uomo si avvicinò alla coppia, fece un inchino, prese il foglio ingiallito dalle mani di uno dei due, forse il comandante del vascello.
Incartamento in regola. Dove siete diretto? chiese mentre faceva scivolare nella scarsella due monete d’oro che l’altro gli aveva allungato.
Isola di Rodi, mio signore, a cargar pepe e chiodi di garofano per la grandiosità della Repubblica. Di quale non lo dissero ma lasciarono intendere quella di Genova.
Bene signori che il vento sia buono, rispose l’uomo.

La storia è forse finta ma c’è un fondo di verità.

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