L’Isola del Tesoro

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Trattenuta dal fondale madreporico l’àncora si era incagliata nel corallo a non più di quattro metri di profondità. Nel cercare di recuperarla due subacquei fecero rotolare sulla sabbia una grossa testa di madrepora annerita.
Era un conglomerato scuro e pesante. Scoprirono, dopo averlo portato a terra, che era formato da monete spagnole d’argento, contenute un tempo in un sacco di iuta, che il mare aveva calcificato. Di quelle monete in pochi giorni ne raccolsero migliaia per un valore stimato di oltre quattro milioni di dollari.
Dodici mesi più tardi lasciavano Freeport, capoluogo della Grand Bahama, senza neppure una di quelle monete, inseguiti dai creditori.
Di loro, e di tutti coloro che avevano fatto parte, chi più chi meno, di quest’avventura, non si seppe mai più nulla.
Nella storia dei favoleggiati tesori sottomarini è ricordato come uno dei più incomprensibili e assurdi fallimenti.
Vissi in diretta una parte di quell’avventura e per decine di volte mi immersi in quel sito.
Passò del tempo.
Quel che rimaneva del relitto, del suo tesoro, fu dimenticato. La curiosità mi portò ad immergermi altrove lungo i fondali dell’isola.
Poi un giorno dovetti fare fagotto anch’io. C’era tensione nell’arcipelago delle Bahamas. L’indipendenza era alle porte, molti di noi, bianchi poco graditi, preferirono lasciare l’isola prima che potesse accadere qualcosa di spiacevole.
A metà degli anni ottanta, a Milano, lessi su un quotidiano la breve notizia che a Londra, la casa d’aste Christie’s avrebbe battuto un tesoro spagnolo del XVII secolo, ripescato nell’arcipelago delle Bahamas.
Pensai che fosse quello.
Forse Victor de Sanctis che ricordavo aveva girato un film ne sapeva di più. Lo cercai ma inutilmente. Se il tesoro fosse stato venduto, i creditori sarebbero tornati in possesso del loro denaro, la partita si sarebbe potuta chiudere. Victor avrebbe potuto proiettare il film che era caduto nella rete del sequestro.
Victor partì per il grande mare infinito senza la soddisfazione di vedere il suo proiettato.
Jacques Mayol che fu della partita, da che lo conobbi, malgrado le mie richieste, non volle mai raccontare nulla di quei fatti, anzi li sfuggiva. L’argomento era tabù. Alcuni anni fa lo chiamai nella sua casa di Capoliveri. Volevo proporgli di scrivere assieme quella storia anche sapendo in anticipo che avrebbe posto un diniego. Non lo trovai mai e non fui capace di raccontare la mia idea.
Anni dopo nella buca delle lettere trovai una busta rigonfia.
All’interno una videocassetta: A billion dollars under the sea.
A trentasette anni di distanza ho visto quel film in videocassetta, che Fabrizio, il figlio di Victor, con estrema cortesia mi ha fatto pervenire. È stata un’emozione fortissima, perché quell’avvenimento, come quell’isola, fa parte della mia vita.
Era tempo di raccontare quest’avventura.
Anche solo con i ricordi, poche fotografie sbiadite e un quaderno d’appunti, raccolti in una scatola di cartone, che ho trascinato con me in ogni luogo dove ho vissuto.