Maledetto Imbroglio

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Titolo provvisorio
MALEDETTO IMBROGLIO

E’ necessario un preambolo a questa storia, cominciando dall’inizio.
Un giorno tragico per l’Italia fu l’8 settembre 1943. Il nostro Paese, da alleato di Germania e Giappone, siglò un armistizio segreto nel borgo di Cassibile, in contrada Santa Teresa (Siracusa), con gli Alleati anglo-americani per la cessazione delle ostilità. Storia passata, tragica, con cui fecero i conti coloro che ci seguirono. Nel giro di poche ore il governo fascista, condotto da Benito Mussolini si dissolveva – per riapparire poi solo nelle regione settentrionali del Paese- e iniziava l’invasione Alleata – che avrebbe portato alla Liberazione e peggio ancora alla guerra civile. Gli italiani si mettevano gli uni contro gli altri. La parte storica dell’intera vicenda interessa solo perché ciò che ci siamo imposti di trovare e far riemergere è la vicenda, e quel che accadde, ad una nostra nave da battaglia, una tra le corazzate più imponenti tra le flotte militari in conflitto.

La Regia Nave Roma, orgoglio della marineria italiana, minacciosa arma temuta dai nemici, scomparve colpita da una sola bomba – per altro tedesca – e da quel giorno non se ne seppe più nulla. Si capiva che non vi era volontà di recuperare quella storia perché appartenente all’intera vicenda, si capiva che c’era chi desiderava che non venisse scoperta, c’era chi voleva che rimanesse nell’oblio per sempre.
Passati decine di anni oramai, quella immensa e poderosa nave da guerra era solo un relitto ferroso in fondo al mare. Dove nessuno lo sapeva.
Il compito di coloro che studiano la storia è di riscriverla il più correttamente possibile. Talvolta ribaltandola, rispiegandola, sulla base di documenti da cui non si può prescindere. Gli esempi si sprecano. Inutile citarli.
Nel caso invece della ricerca di un relitto navale, un puntino nell’immensità del mare, le cose stanno in modo diverso. Chi cerca di individuarlo, che sia legato ad una vicenda storica o che abbia le stive cariche d’oro, si concentra sul breve periodo di tempo intercorso da quando la nave ha “mollato di ormeggi” fino al naufragio.

Ne studia i movimenti, ne cerca i documenti, legge quanto è relativo o attinente a quella nave o flotta, si informa sul periodo storico in cui quel naufragio è avvenuto, ne viene a conoscere anche i dettagli per capire la «psicologia» di quel comandante, ma non si permette neppure di pensare di fare il mestiere dello storico.

Abbiamo mantenuto questa linea.
In una vicenda storica così complessa, se non ci fossimo attenuti al modo tradizionale con cui si cerca un avanzo navale in fondo al mare, ci saremmo scontrati con la storia, con il revisionismo storico, con gli accademici, con storici più o meno accreditati e o di parte.
Abbiamo sempre dichiarato che l’intenzione era di individuare il luogo del naufragio seguendo quella che fu la sua rotta «storica» senza interessarci alla politica di quell’avvenimento.
Se durante questo percorso «indiziario» parti del nostro lavoro sono state volutamente interpretate in modo diverso abbiamo ritenuto, poiché c’è libertà di espressione e di idee, che sia stata solo la libera interpretazione di colui che in quel momento ascoltava, trascriveva o leggeva.

La scomparsa della corazzata, o meglio quel fatto bellico, ancora oggi solleva opinioni accese e contrastanti. A noi poco interessava lo schieramento politico degli ottuagenari rimasti a difendere la loro «posizione» così come poco ci sono interessate le illazioni di tutti gli addetti, presunti o veri, ai lavori.

Per giungere allo scopo è necessario «indagare», talvolta pestando i piedi a qualcuno, esponendosi al ridicolo, lavando panni sporchi che altri han preferito tenere nascosti, giungere a supposizioni all’apparenza offensive.
Questa è la prassi, ci sono esempi in altre scoperte sconcertanti.
Non ci siamo adagiati sul lavoro di altri. Li abbiamo letti e interpretati, dalla caduta di Mussolini al giorno dell’armistizio, prima e dopo, compreso quelli che si occupano specificatamente del caso in questione. Ripulendoli per quanto sia possibile dalla posizione politica dell’autore.
La «caccia alla Roma» non differisce da altre, ma offre, a differenza di altre grandi navi da guerra, simbolo di una Marina nazionale, un aspetto alquanto misterioso che ha attratto in silenzio tutto il firmamento dei cercatori di navi perdute più una miriade di sconosciuti.
Non credo che coloro che hanno lungamente cercato, e quindi individuato, il relitto della Tirpiz, della Yamato, della Bismark si siano interessati alle diatribe di ammiragli e stati maggiore.
Hanno avuto anche loro un gran bel da fare per scrollarsi di dosso tutto il vecchiume storico, gli intrallazzatori di mestiere, gli interessati dell’ultimo momento, i doppiogiochisti, i politici, e tutti coloro che cercano di mettere i bastoni fra le ruote. Questo secondo aspetto non è per nulla marginale, anzi queste intrusioni sono tipiche in qualsiasi caccia al tesoro.
Siamo partiti con un percorso a ritroso, senza prendere per oro colato documenti ufficiali che puzzavano di stantio.
Una delle cause per cui dalla fine della guerra ad oggi non è mai stato individuato il luogo del naufragio, e la storia delle ultime ore, è stato anche il timore di doversi esporre, perché no politicamente.
Sarebbero venute alla luce storie poco piacevoli a pochi anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Le memorie erano ancora fresche. Quando trent’anni fa, persone ferrate in materia, hanno iniziato una metodica ricerca «storica», era già troppo tardi. Parte della documentazione ufficiale nazionale era inevitabilmente andata distrutta, scomparsa, mancante per incuria o per mani troppo lunghe. Molta non era, e non è, disponibile alla libera lettura. Altro era stato redatto solo alla fine della vicenda.
Tutto ciò che è contenuto in questa raccolta scritta è il frutto di una lunga ricerca tra carte e documenti che per la maggior parte risiedono all’estero. Non bisogna mai tralasciare che dopo l’8 settembre l’Italia piombò nel caos. Questa sorta di brogliaccio sarebbe stata la base di un racconto che sceneggiatori avrebbero trasformato in un film documentario. Con l’aggiunta di alcune scene dei miseri resti arrugginiti, contorti e sparpagliati a grande profondità della Grande Nave. Non fu così.