La Queen Charlotte brucia con la polena della Regina

Il testo dell’anno 1800 riportava “the Island of Cabrera”. Parte della collezione del Naval Chronical della Marina inglese è presso gli archivi londinesi. I resti della HMS Queen Charlotte con i suoi 100 cannoni non sono mai stati rintracciati. Il mistero rimane

Modello in scala della polena della Queen Charlotte

L’isola menzionata sta alle Baleari a sud di Maiorca, maggiore di un minuscolo arcipelago dai nomi colorati. Non ha una storia particolare se non che fu un campo di reclusione napoleonico e dal 1916 dopo l’arrivo di un sommergibile austro ungarico divenne per ragioni di sicurezza territorio militare fino al 1980.
Il suo nome deriva dal latino Capraia e questo fu il termine della confusione dei primi tempi perché non si capiva come mai una nave da guerra inglese, importante, fosse affondata nei pressi di quelle coste quando il governo spagnolo non aveva rapporti per così dire “di buon vicinato” con gli inglesi.

La nave, un possente veliero tre alberi, armato fino ai denti, sarebbe colato a picco in quelle acque e la domanda successiva fu come mai nel giro dei bene informati non si seppe mai del suo ritrovamento. Figuriamo se i subacquei, che sono uguali in tutto il mondo, non avrebbero strombazzato ai quattro venti il ritrovamento di una nave simile che sui tre ponti disponeva di 100 cannoni.
Tutta la documentazione menzionava sempre questa benedetta isola finché la fortuna, se così la si può chiamare, decise di darci una mano.

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Con altre ricerche riuscimmo a trovare un diario breve e succinto di quanto veramente accadde. Uno dei marinai che scampò al naufragio – il carpentiere di bordo – aveva lasciato la sua diretta testimonianza a favore dei Lords dell’ammiragliato scrivendo espressamente non più Cabrera ma Cabrara. Non che questo cambiasse molto ma aggiungeva che il porto che avevano lasciato era Leghorn: Livorno. L’isola non era né l’una né l’altra, le Baleri poco c’entravano, tutto si spostava nel triangolo dell’arcipelago toscano dove di sicuro era più facile acquisire le informazioni storiche per collocare quella nave all’interno dell’intera storia. Il marinaio in poche righe faceva un resoconto drammatico di quanto accadde con parole concise scritte in un inglese alle volte intraducibile ma che faceva capire  cosa accadde. Malgrado questo non era possibile accertare e localizzare il fatto. Sulla scorta delle sue informazioni, nelle quali diceva espressamente che aveva scritto il breve resoconto per il Signori Lords, pensammo che se il tribunale militare di Sua Maestà aveva dovuto prendere in esame il naufragio da qualche parte erano rimasti ben accatastati i documenti dell’inchiesta. Nel Naval Chronical di quell’anno non c’è solo l’intera vicenda raccontata, estrapolata dal processo di allora, ma il rapporto di un ufficiale che ebbe il tempo di scrivere in diretta quanto stava accadendo, quindi da consegnarlo ad un marinaio in una scialuppa prima di scomparire egli stesso nel mare di Capraia assieme ad altri 673 uomini tra equipaggio ed ufficiali. Tra l’altro questo naufragio è inscritto negli annali della marina Britannica ai primi posti di una classifica delle grandi perdite della Royal Navy. Ciò che aveva causato l’errore iniziale nel cercare la nave alle Baleari è stata la sua storia perché prima di entrare in Mediterraneo e mettersi agli ordini di Nelson, la Queen Charlotte, parte di una possente flotta di 14 navi da guerra, combatté contro una flotta francese di 12 grandi navi al comando dell’ammiraglio Louis Thomas Villaret de Joyeuse una battaglia navale il 23 giugno 1795 presso le coste francesi. Nel leggere fu saltato pari pari il passo in cui si diceva che il luogo dello scontro era l’Ile de Groix nei pressi della costa atlantica della Francia. Per la cronaca gli inglesi catturarono tre navi ai francesi ma non li sconfissero e per questo l’ammiraglio Bridport fu molto criticato per il suo lassismo e per la mancanza di coraggio. Un secondo errore fu l’essersi persi dietro ad un’altra nave da guerra inglese che portava il medesimo nome ma entrata in servizio nel 1810. L’errore di non poco conto fu presto rettificato con la nostra Capraia – scritto Capraja – dopo aver letto la storia della marineria inglese e delle sue battaglie contro le forze rivoluzionarie francesi. Seguendo questo filone la storia ci insegna che Napoleone conquista mezza Italia, arriva fino in Toscana dove già la sorella “gestiva” il Principato di Piombino. Gli inglesi poco gradiscono questa invasione. Da sempre hanno cercato di mettere mano al Mediterraneo e lasciarsi sfuggire le isole toscane sarebbe stato un grave smacco non solo sul piano politico. Una parte della flotta, dopo quella battaglia memorabile, viene inviata nel Mare Nostrum e la Queen Charlotte lascia Spithhead il 20 novembre 1799 di scorta ad un convoglio diretto verso l’Asia. Nel Mediterraneo l’Ammiraglio Keith viene informato che i nemici stanno effettuando un blocco navale a Malta. La Queen Charlotte si ferma alla Valletta e partecipa all’azione. Successivamente Keith viene inviato da Nelson al nord con l’ordine di sbarcare a Livorno, porto trafficato, una sorta di libera repubblica marinara tollerata dai Granduchi di Toscana. Siamo nel marzo del 1800. Per l’esattezza il 16. Il vice ammiraglio Lord Keith mette piede sulle banchine del porto assieme al suo stato maggiore e qui rimane. Ordina al comandate della Queen Charlotte, il capitano Todd, di mollare gli ormeggi, di puntare la prua sull’isola di “Cabrera, thirty mile from Leghorn” per una missione di “riconoscimento”. I testi usano questo termine ma in effetti si trattava ben di altro. Gli inglesi avevano intenzione di sbarcare a Capraia e far sventolare dall’alto del Castello la bandiera di Sua maestà la regina Carlotta. Contrariamente a quanto si pensa l’isola non apparteneva alla Toscana ma a direttamente alla Signoria dei Doria di Genova che nel frattempo assieme a tutta la Liguria era diventata dipartimento francese. Alle quattro della mattina del 17 la possente nave tre alberi era in navigazione verso l’isola. Gli uomini stavano lavando la coperta e alcuni di loro portarono sottocoperta i foconi riponendoli nei pressi del deposito delle micce. Due ore dopo, quando li andarono a riprendere per portarli in coperta, perché sarebbero dovuti usare per accendere i segnali, si accorsero che avevano dato fuoco ad alcuni rotoli di micce. Il fuoco si stava propagando rapidamente. Fu dato immediatamente l’allarme ed i secchi con l’acqua furono celermente passati di mano in mano per essere gettati sulle fiamme che non si spensero ma presero più vigore. Non solo le micce presero fuoco ma anche parte del cordame e delle vele riposte nello stesso ambiente. Le cime impeciate divennero presto roghi. Tutto accadeva a prua della grande nave. Gli ufficiali si diedero da fare con tutti gli uomini che liberi dal servizio si erano radunati per dare una mano. Erano oltre cinquecento guidati dal comandante Todd che dall’alto del castello di poppa cercava disperatamente di salvare la sua nave. Il fuoco prese il sopravvento a prua, si propagò rapidamente nel reparto vele, si spostò nei locali più bassi. Il fumo oscurava la visibilità, l’odore di bruciato teneva lontano gli uomini e nessuno era in grado di scendere sotto coperta. Ci fu un attimo di panico, l’equipaggio impaurito cominciò a sbandare, gli ufficiali gridavano ordini che non erano eseguiti. Capraia nel sole di marzo si distingueva perfettamente ad una dozzina di miglia stagliata nitidamente contro un cielo azzurro. Dalla Torre della Teglia avevano avvistato l’avvicinarsi della nave da guerra già da tempo, dai merli del Castello era già risuonato l’allarme, il popolino, com’era solito fare, se l’era già squagliata nelle valli interne, su verso il Piano, cercando rifugio allo sbarco imminente. Poi osservarono un filo di fumo sempre più denso avvolgere gli alberi e le vele della nave e non sappiamo se decisero di lasciarli al loro destino o se mandare una scialuppa a dar manforte. Nella confusione del momento il capita Todd con Bainbridge, il suo aiutante, stava diritto e fermo con le mani aggrappate alla balaustra istoriata del ponte di comando. Riportò la situazione sotto controllo con ordini secchi quindi con la massima calma scese in coperta e si avvicinò agli uomini. Ma il fuoco ora usciva dal boccaporto principale e si avventò sull’albero di maestra avvolgendolo e iniziando a bruciare le vele. Sotto, nei dormitori, qualcuno non si era ancora accorto di quanto stava accadendo. La sentinella svegliò l’ultimo marinaio dal sonno più duro, il tenente G.H.L. Dundas. Questi infilati i mutandoni tentò di uscire dalla sua cabina ma fu respinto dall’acre odore del fumo che avanzava. Riuscì ad uscire in coperta attraverso un altro boccaporto. Rendendosi conto della grave situazione accolse la proposta del falegname di chiudere tutti i boccaporti dei ponti sottostanti in modo da evitare che il fuoco si propagasse sul ponte distruggendo alberi e vele. Dundas raccolse 70 volontari e si spinse nel primo ponte sottostante la coperta. Tutte le amache dei marinai per fortuna non c’erano più e gli uomini cercarono di chiudere tutti i boccaporti coprendoli con stracci bagnati per evitare che prendessero fuoco. Ma il tutto durò poco. Le fiamme bruciarono le pareti e passarono rapidamente verso la poppa della nave. Nel frattempo a prua 250 uomini gettavano acqua sul fuoco che continuava ad ardere violentemente. La lotta contro l’incendio andò avanti per quattro lunghe estenuanti ore, poi malgrado gli sforzi tutti si resero conto che la nave stava per essere completamente distrutta. C’era il terrore che esplodesse la santa barbara trascinando con sé i cento cannoni. Vi fu un attimo di speranza quando gli uomini videro vele venire verso di loro provenendo da Livorno. Le navi si avvicinarono ma gli equipaggi terrorizzati dalla possibile esplosione si rifiutarono di avvicinarsi. Gli uomini della Queen Charlotte per tre volte gridarono ad alta voce il loro “hurra!” ma nessuno si mosse. Lord Keith informato della disavventura della sua bella nave cercò invano di mobilitare i toscani per un salvataggio ma ebbe risposte evasive che lasciarono passare altre ore preziose. Una barca americana si avvicinò alla Charlotte. Tre gli uomini d’equipaggio che cercarono di salvare quanti più potevano. Il fuoco l’avvolse, lambì il ponte e le vele. In una attimo l’imbarcazione prese fuoco, si capovolse e scomparve con i tre coraggiosi. Il fuoco aveva avuto ragione di tutto. Gli uomini si lanciavano in acqua sperando nella salvezza ma annegavano uno dietro l’altro. Alle dieci del mattino un gruppo di piccole navi inglesi al comando del tenente Steward si avvicinò per i soccorsi. Con una modesta tartana raccolse i sopravvissuti e dopo un’ora dal suo arrivo i resti della magnifica nave scomparvero definitivamente dalla superficie del mare. Al Marittime Museum di Greenwich, tra gli innumerevoli quadri di soggetto marinaro, uno attrasse la mia curiosità. Un particolare, che non intuivo ancora quale fosse, non mi faceva staccare gli occhi da quel dipinto dove un gruppo di uomini su avanzi di una nave sta cercando di salvarsi. Alle spalle un veliero con una scialuppa che sta per essere calata in mare ed un’altra che trae in salvo gli ultimi disperati. C’era qualcosa di familiare in quel dipinto: lo sfondo. Quel panorama lo conoscevo bene. Appoggiato sulla ringhiera del ponte superiore del traghetto ogni volta che andavo in Capraia mi godevo lo spettacolo dell’isola, scura e tagliente, che si ingrandiva, con il paese dominato dal Castello. L’isola nel dipinto era Capraia, dettagliata quasi come una fotografia, che presupponeva che l’autore fosse stato presente negli ultimi momenti del drammatico naufragio. Quell’immagine racconta molto, al di là della tragedia. Si sa con certezza che a bordo della navi inglesi vi erano disegnatori e pittori esperti che avevano il compito di documentare un po’ come si farebbe oggi con una macchina fotografica.
LA POLENA ALL'ASTALOSS OF HIS MAJESTY'S SHIP100 CANNONI
LA POLENA- IL MODELLO VA ALL’ASTA INQUIRES ROYAL NAVAL MUSEUM PORTSMOUTH NATIONAL MARITIME MUSEUM- GREENWICH- LONDRA VENDITA ALL’ASTA DEL MODELLO Lot No: 28 A Highly Important Carved Limewood Model of the Figurehead HMS “Queen Charlotte”, English, circa 1784,the limewood figure with curled hair and coronet, flowing gown with tie and heeled shoe, mounted against drapes above allegorical figures and heads of a horse and a lion, on carved mahogany stand above walnut veneered base, 36 by 18 by 18 cm (14 by 7 by 7 in) Sold for £50,000 plus Premium and tax Footnote: Provenance: Sir John Henslow, Chief Surveyor to the Navy from 1774 to 1806, and thence by family descent to the current owner. History of the Model The model was carved within the Royal Naval Dockyard at Chatham in Kent between the years 1783 and 1784, by an as yet unknown carver, working under the direction of the yard’s master carver, George Williams. At that time he was working as “Contract carver” to the yard from 1784-1832. Once the Lords of the Admiralty has chosen a name for a vessel of the size and importance of a flagship a lengthy process to establish an acceptable design and decoration for the vessel would be undertaken. Initially the Admiralty produced a written detailed specification, in the case of HMS Queen Charlotte this has survived and reads as follows: “In the head is Her Majesty in her robes with the orb and sceptre in her hands, standing erect under a canopy with two doves thereon, which is supported by two boys, the emblems of peace, one holding a dove, the other a palm branch; under which on the starboard side is Britannia sitting on a lion and presenting a laurel; on the larboard side is Plenty sitting on a sea-horse offering the produce of the sea and land; on the starboard trail board Justice and Prudence with their emblems; on the larboard trailbaord are two boys, Hope and Fortitude, with their emblems”. From this specification a number of line drawings and sketches would have been produced. One such image has survived and it is a full colour drawing of the figurehead as described in the specification and it is housed in the collection of the Corporation of the Trinity House at Hull in north Yorkshire. This limewood model would then have been carved and mounted on the current display stand for presentation purposes. It would have been taken up to London and shown to the Lords of the Admiralty and a number of Admiralty Dockyard Models have survived from this period. The fact that this example is of such high quality and large size, and that the figure was that of the Queen, it is almost certain that Royal approval would have been obtained. Once this was given the model would have been taken back to the Dockyards at Chatham and used by the carvers as a Maquette for the full size carving. The colour drawing would have been used by the dockyard painters to obtain the correct colour scheme. Once all the work was completed and the vessel launched, the model would have been returned to the Admiralty and in turn given by Royal consent to a favoured Officer of the Crown or member of the court. In this case, it can be assumed, that Sir John Henslow was the beneficiary. Historical Significance Although naval model figureheads have survived in some numbers in Northern European countries, British examples are extremely rare. The only other example of comparable size, age and historic significance is the model for HMS Victory , carved at the time of her building in 1765, and now on display in the Nelson Gallery at the National Maritime Museum, Greenwich. Two other lesser models of this period are to be found in the Henry Huddleston Rogers Collection at the United States Naval Academy Museum at Annapolis, Maryland, one representing Neptune and the other Minerva. HMS Queen Charlotte Queen Charlotte was the flagship of Admiral Howe during the Nootka Sound Controversy with Spain in 1790 and again during the French Revolutionary Wars starting in 1793. On the 1st June 1794 Howe engaged the French fleet and signalled for each of his ships to steer for her French counterpart, pass under her stern, and engage her on the lee side. Just before 10 am Queen Charlotte passed below Rear Admiral Villaret-Joyeuse’s Montagne and poured in a succession of broadsides. Engaged by both Montagne and Jacobin, Queen Charlotte lost her top mast, but Montagne escaped with her stern stove in and 300 of her crew dead or wounded. Howe’s tactic was so successful that the battle known as “The Glorious First of June” was over by noon and six prizes taken. In 1800, Queen Charlotte under the command of Viscount Keith, caught fire about twelve miles off Livorno in the Mediterranean and sank with 690 of her crew. Bonhams is very grateful to the figurehead historian, Richard Hunter, for his considerable help with the research into this model. Bibliography Walters, S.M. & Stow, E.A. Darwin’s Mentor. John Stevens Henslow 1796-1861, Cambridge, Ships of the World Encyclopedia
The Project Gutenberg EBook THE LOSS OF HIS MAJESTY’S SHIP, QUEEN CHARLOTTE The Queen Charlotte was, perhaps, one of the finest ships in the British navy. She was launched in 1790, and her first cruise was with the fleet fitted out against Spain, in consequence of the dispute respecting Nootka Sound. Lord Howe, who was the commander and chief of the fleet, was then on board of her; and she also bore his lordship’s flag on the first of June. After which she was sent to the Mediterranean, and was the flag-ship of the commander in chief on that station. In March, 1800, she was despatched by that nobleman to reconnoitre the island of Cabrera, about thirty leagues from Leghorn, then in the possession of the French, and which it was his lordship’s intention to attack. On the morning of the 17th the ship was discovered to be on fire, at the distance of three or four leagues from Leghorn. Every assistance was promptly forwarded from the shore, but a number of boats, it appears, were deterred from approaching the wreck, in consequence of the guns, which were shotted, and which, when heated by the fire, discharged their contents in every direction. The only consolation that presents itself under the pressure of so calamitous a disaster is, that it was not the effect either of treachery or wilful neglect, as will appear by the following official statement of the carpenter:– “Mr. John Braid, carpenter of the Queen Charlotte, reports, that twenty minutes after 6 o’clock in the morning, as he was dressing himself he heard throughout the ship a general cry of ‘fire.’ On which he immediately ran up the after-ladder to get upon deck, and found the whole half-deck, the front bulk-head of the admiral’s cabin, the main-mast’s coat, and boat’s covering on the booms, all in flames; which, from every report and probability, he apprehends was occasioned by some hay, which was lying under the half-deck, having been set on fire by a match in a tub, which was usually kept there for signal guns.–The main-sail at this time was set, and almost entirely caught fire; the people not being able to come to the clue garnets on account of the flames. “He immediately went to the fore-castle, and found Lieut. Dundas and the boatswain encouraging the people to get water to extinguish the fire. He applied to Mr. Dundas, seeing no other officer in the fore-part of the ship (and being unable to see any on the quarter-deck, from the flames and smoke between them) to give him assistance to drown the lower-decks, and secure the hatches, to prevent the fire falling down. Lieut. Dundas accordingly went down himself, with as many people as he could prevail upon to follow him: and the lower-deck ports were opened, the scuppers plugged, the main and fore-hatches secured, the cocks turned, and water drawn in at the ports, and the pumps kept going by the people who came down, as long as they could stand at them. “He thinks that by these exertions the lower-deck was kept free from fire, and the magazines preserved for a long time from danger; nor did Lieut. Dundas, or he, quit this station, but remained there with all the people who could be prevailed upon to stay, till several of the middle-deck guns came through that deck. “About nine o’clock Lieut. Dundas and he, finding it impossible to remain any longer below, went out at the fore-mast lower deck port, and got upon the fore-castle; on which he apprehends there were then about one hundred and fifty of the people drawing water, and throwing it as far aft as possible upon the fire. “He continued about an hour on the fore-castle; and finding all efforts to extinguish the flames unavailing, he jumped from the jib-boom, and swam to an American boat approaching the ship, by which he was picked up and put into a Tartan then in the charge of Lieut. Stewart, who had come off to the assistance of the ship. (Signed) “JOHN BRAID.” Leghorn, March 18, 1800. Capt. Todd remained upon deck, with his First Lieutenant, to the last moment, giving orders for saving the crew, without thinking of his own safety. Before he fell a sacrifice to the flames, he had time and courage to write down the particulars of this melancholy event, for the information of Lord Keith, of which he gave copies to different sailors, entreating them, that whoever should escape might deliver it to the admiral. Thus fell victims to perhaps a too severe duty, the captain and his first lieutenant, at a time when they still had it in their power to save themselves; but self-preservation is never a matter of consideration in the exalted mind of a British naval officer, when the safety of his crew is at stake. Lord Keith and some of the officers were providentially on shore, at Leghorn, when the dreadful accident occurred. Twenty commissioned and warrant officers, two servants and 142 seamen, are the whole of the crew that escaped destruction out of nearly 900 souls on board, that for nearly four hours exerted every nerve to avoid that dreadful termination which too surely awaited them.
La nave da guerra britannica possedeva una particolare caratteristica oltre ad essere armata di 100 cannoni che probabilmente sono accumulati sul fondale in una montagna di ferro e bronzo.Era stata battezzata in onore della regina Carlotta ed ornata a prua con una gigantesca polena che la raffigurava, una delle ultime disposte su una nave militare. Ha una storia curiosa. È Richard Hunter a spiegarmela, il maggior esperto britannico di polene. Il 15 aprile 1790, quando il tre ponti fu varato dal Royal Naval Dockyard di Chatman nel Kent, scelto per la sue capacità costruttive –aveva realizzato anche la famosa HMS Victory nel 1765 – la regina era presente ad ammirare la polena lignea che ornava la nave a prua, seconda nave per stazza dell’impero britannico. Per ottenere il permesso di raffigurare la regina in una polena era stato eseguito un modello in legno e gesso alto 36 centimetri a cui molti avevano lavorato ad iniziare dal 1784. I nomi degli scultori e incisori che operavano presso il cantiere di Chatman sono molti e non si sa bene a chi attribuire il modello. Se ne perdono le tracce. Benché si sapesse dell’esistenza del modello perché Carlotta stessa, dopo averla vista e letta la motivazione di 102 parole che l’accompagnava datale dal Capo Supervisore della Flotta, diede il suo consenso all’Ammiragliato perché procedesse. Hunter è preciso e puntiglioso nella sua descrizione ma quel che mi stupisce è la storia della statua di legno, i dettagli che l’accompagnano dove si racconta la storia dell’Inghilterra, la sua potenza navale, le conquiste sovrastate dal viso di una regina molto amata. Sophia Charlotte di Macklemburg – Streilizt di origine tedesca si sposa giovanissima nel 1782 ed in 21 anni di matrimonio darà alla luce nove figli maschi e sei femmine personificazione della giustizia, prudenza, speranza, forza. I disegni presso il National Marittime Museum a Greenwich mostrano tutto ciò ripresi da un altro famoso quadro della medesima regina eseguito da Sir Thomas Lawrence nel 1789. Il ritratto della regina non poteva adornare una nave di una classe qualunque se non una eccelsa di prima classe e per questo fu chiesto il permesso. Duecentoventi anni dopo il modello della polena riappare improvvisamente. Nel 2005 la polena di 36 centimetri viene battuta all’asta da Bonhams ed acquistata dal Museo di Portsmouth per 50 mila sterline. Che valore avrebbe la polena autentica? Mi vien da chiedere. Inestimabile per quello che rappresenta per la storia navale inglese. Nella cittadina inglese la Queen Charlotte è ricordata anche da due rifacimenti di parte della polena datati 2000 e 2004. Purtroppo dopo 208 anni la polena della nave si sarà disciolta nell’acqua a meno ce non sia rimasta sommersa sotto ad uno spesso strato di fango. Mensum Bound, della Oxford University, archeologo di fama internazionale, fondatore del M.A.R.E., colui che trovò l’elmo etrusco a Campese nell’isola del Giglio, per un attimo è rimasto scettico circa la presenza della nave in acque toscane. Poi dopo un rapido controllo mi ha espresso il suo parere:“Non rappresenta, per noi inglesi, una scoperta archeologica di primo interesse. Di navi di quel genere ne abbiamo già recuperate e studiate. Rimane comunque un relitto di un certo spessore culturale visto quello che rappresentava per la Marina britannica. Poterla osservare sarebbe comunque molto interessante anche se penso che la maggior parte delle strutture siano andate perdute con il fuoco e con il deterioramento marino.” Si può concordare o meno. Per quanto riguarda i mari e l’archeologia mediterranea navi di quel genere sono molto rare ed il semplice suo armamento sarebbe interessante poterlo studiare e parzialmente recuperare. Tanto prezioso che la Queen Charlotte era comunque un “bersaglio” prediletto di pirati moderni fino a quando non accadde la vicenda del Polluce di Porto Azzurro. Che sconvolse i piani un po’ di tutti rendendo quell’area di mare “off limits” a ladri e ladruncoli.