SS Persia, bottino 30 milioni (£); quota – 3600 metri

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Il sommergibile tedesco U 38 si avvicinò al piroscafo britannico ignaro della sua presenza. Pattugliava le acque settanta miglia al largo dell’isola greca di Corfù cercando vittime che battessero bandiera della triplice alleanza. La guerra dichiarata all’Impero austro ungarico il 4 agosto 1914 da Gran Bretagna, Francia, Russia e poi dall’Italia, assieme ad un altro innumerevole numero di nazioni.

Il capitano Valentiner, al comando del suo mezzo anfibio, aveva tutte le ragioni di silurare mercantili che esponevano quelle bandiere sull’asta. Non usando però un subdolo stratagemma che gli valse nella storia la fama di un assassino a sangue freddo.
Lui tedesco, al comando di un sommergibile tedesco, issava sul picco una bandiera tedesca. Dopo essersi fatto riconoscere come tale, la bandiera veniva sostituita con quella austriaca.

Con questo stratagemma nel novembre del 1915 aveva mandato a fondo due mercantili italiani che avendolo visto arrivare non si erano preoccupati più di tanto.
L’Italia non aveva dichiarato guerra alla Germania, ma alle potenze austro-ungariche, e lo farà solo il 27 agosto 1916. 

Il comandante tedesco Valentiner

Il comandante Valentiner entra nel Mediterraneo da Gibilterra il 2 novembre e dimostra subito le sue subdole intenzioni con lo scambio di bandiera mandando a fondo il piroscafo inglese Woodfield. Poi sarà la volta dell’Ancona il 7 novembre 1915 che provocò la morte di 208 immigrati che si erano imbarcati a Messina diretti a New York. Valentiner si avvicinò al piroscafo della Società di Navigazione Italia con bandiera tedesca e diede l’ordine di mettersi in salvo. Poi cambiò l’insegna e silurò il piroscafo. Il panico si scatenò a bordo causando feriti e morti ed il comandante tedesco sull’avvenimento si espresse affermando che se l’equipaggio non avesse creato il caos si sarebbe salvati tutti. Tra i molti passeggeri dell’Ancona anche 40 americani.
Questo scatenò le diplomazie di mezzo mondo ed i giornali dell’epoca lo bollarono come un assassino con la fama di essere un cacciatore spietato pronto a qualsiasi atto pur di far naufragare delle navi anche con soli civili a bordo.
A quel tempo, sparare ai civili era considerato abbastanza disdicevole e di solito si facevano sbarcare prima di affondare la nave. Stimato comandante di U-boat, Valentiner fu inviato su ordine del Kaiser a far danni in Mediterraneo con l’ordine preciso di far sgomberare le navi dai civili prima di silurarle.
L’affondamento del Lusitania aveva scatenato la condanna mondiale contro la Germania ed il Kaiser non desiderava che un altro atto ostile di questo genere avesse come conseguenza l’entrata in guerra degli Stati Uniti.
L’Ancona finisce in fondo al mare al largo di Cagliari creando un precedente tale che sarà una dei tanti motivi per cui qualche mese più tardi l’Italia dichiarerà guerra.
Il piroscafo, Valentiner non lo poteva sapere, aveva un carico prezioso: dodici barili di lingotti d’oro che sono ancora nel relitto malgrado alcuni recenti tentativi clandestini di recupero.

Messi in guardia da questi attacchi, gli inglesi allertarono tutte le imbarcazioni in rotta nel Mediterraneo avvertendo di prestare particolare attenzione.
Pochi mesi dopo, ignaro degli ordini ricevuti, farà un’altra vittima: un piroscafo di bandiera inglese che aveva a bordo centinaia di passeggeri civili diretti in Egitto, Persia e in India. Tra costoro solo 35 ufficiali inglesi con le loro famiglie che rientravano alle loro basi nel sud est asiatico. La storia ci dirà come Valentiner reputasse quella particolare nave – e lo scrive sul libro di bordo- come un carico militare perché attraverso il periscopio aveva notato dei militari sul ponte. Insomma da buon tedesco non si faceva molto cruccio di tirare avanti per la propria strada e di affondare nave su nave.

Il Daily Mirror alcuni giorno dopo riporta la notizia dell’affondamento

L’ S.S. Persia, piroscafo da 7974 tonnellate, ricevette un siluro il 30 dicembre 1915 attorno alla dodici antimeridiane, senza nessun tipo di avvertimento.
Nell’esplosione del piroscafo della P&O, sulla tratta Marsiglia – Bombay via Malta, Port Said, morirono 343 persone, bambini compresi, e si salvarono secondo quanto si apprende dai rapporti del National Archives di Londra 166 persone. Fu la seconda peggior perdita in termine di vite umane della prima guerra solo dopo l’affondamento del Lusitania.
Il siluro colpì la nave sul lato di dritta, producendo una falla enorme. I passeggeri erano quasi tutti raccolti in coperta e si apprestavano verso il ristorante. Vi fu immediatamente una gran confusione e si scatenò il panico.
Le prime lance calate a mare si fracassarono, l’equipaggio composto da indiani e italiani, cercò di aiutare i passeggeri ma nulla fu possibile perché cinque minuti dopo la nave iniziò ad inabissarsi lasciando quattro imbarcazioni di salvataggio zeppe di naufraghi.
Valentiner non si preoccupa neppure di lanciare un segnale di soccorso o di dar soccorso lui stesso. Com’era arrivato se ne va.
Delle quattro scialuppe, guidate un ufficiale, che dirige in qualche modo l’operazione, una si stacca e scompare. Le altre si legano con una cima con la speranza di rimanere uniti. Passeranno in mare aperto tre giorni e due notti prima di essere avvistati da un cacciamine inglese, l’HMS Mallow, che si trovava nei paraggi. Le vedette avvistarono per prima l’imbarcazione che si era staccata e che navigava da sola, poi richiamati da un razzo rosso, sparato dalle altre scialuppe, recuperano il resto dei naufraghi. Solo molto tempo dopo si saprà che altri undici naufraghi aggrappi ad una zattera furono raccolti da un mercantile e trasportati a Malta.
Ad Alessandria i naufraghi furono accolti in maniera del tutto particolare dallo stesso console inglese il quale chiese loro di vedere i documenti di viaggio ed i passaporti prima lasciarli sbarcare.
Se non fosse stato per il duro intervento di un ufficiale britannico della HMS Hannibal, nave dove erano stati ospitati nel frattempo, tutti costoro sarebbero rimasti reclusi fino ad un ordine preciso che sarebbe dovuto giungere da Londra.
Il comandante tedesco, tanto apprezzato dal suo Kaiser e tanto discusso per lo strano comportamento, aveva secondo il suo giudizio affondato una nave trasporto truppe. Non aveva idea, e non avrebbe potuto averla, di chi vi fosse a bordo di quel piroscafo e soprattutto di cosa trasportasse nelle stive.

La storia del Persia non fu completamente dimenticata

Moya Crowford in una foto dell’epoca

Chi conosceva il segreto contenuto nelle sue stive, custodito gelosamente, attese fino ad avere la possibilità e gli strumenti per andare a scoprire il tesoro nelle sue viscere.
Il Persia rimase indisturbato per 88 anni.
Poi un giorno del 2003 una nave da recupero si posizionò sulla sua verticale, due miglia più sopra, e con un attrezzo appositamente studiato prima tagliò accuratamente le sue lamiere poi raccolse il contenuto della camera blindata per riportarlo, con un viaggio in risalita di 3600 metri, fin sulla tolda della nave appoggio.
Una parte di un tesoro in pietre preziose, stimato in trenta milioni di sterline, appartenuto al Maharajah di Kapurthala – all’epoca valevano quattro milioni di dollari – si dischiuse agli occhi di Moya e Alec Crowford, marito e moglie, scozzesi della cittadina di Fife, cacciatori di “tesori per caso”. Per vent’anni sono riusciti a mantenere il segreto mentendo sul nome vero della nave [tutti pensavano si trattasse del Britannia]. Ma questo sarebbe il meno. Per andare a visitare i resti del Persia a 3600 metri di profondità era necessaria una tecnica tutta da inventare costituita da strumenti innovativi.


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