SS Persia, il recupero

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Nel 2003 Moya e Alec Crowford fecero il primo tentativo concreto di individuare il relitto del Persia usando una nave da ricerca che avrebbe dovuto effettuare una scansione elettronica in un’area marina di 200 miglia quadrate, un quadrato di poco meno di 15 miglia di lato, in cui si sarebbe dovuto trovare quello che si apprestavano a cercare.
L’area era così vasta perché le coordinate stimate del naufragio erano ben tre.

La prima immagine del relitto rilevata dal sonar

Dopo aver attentamente valutato l’area di ricerca si affidarono ad un solo dato, quello fornito dal comandante del sommergibile tedesco.  Valentiner era uno dei migliori nel suo campo, molto stimato, tanto che il Kaiser in persona gli ordinò di andare in Mediterraneo.

Di conseguenza le informazione che aveva redatto sul suo giornale di bordo erano forse le più credibile rispetto agli altri due riferimenti avuti dal mezzo di soccorso inglese che recuperò le scialuppe dopo due giorni. Sicuramente queste portate dalla corrente avrebbero potuto scarrocciare ben lontano dal punto del naufragio. Senza contare che i naufraghi della zattera furono raccolti ancora più tardi e quindi ancora più lontano.

La nave appoggio Kommander Jack in posizione sulla verticale del relitto

L’azzardo dei Crowford pagò quasi subito.
Ristretta l’area a trenta miglia quadrate, un quadrato di poco più di cinque miglia di lato, il sonar a bordo del Kommander Jack rilevò la presenza di qualcosa somigliante al relitto e la scansione successiva produsse il disegno di una nave appoggiata sul fondo del mare a tremilaseicento metri di profondità. Quasi in posizione di navigazione.
Il Rov, calato immediatamente dopo, inviò a bordo le prime immagini, rivelando come quel relitto, pulito ed ancora integro fosse presumibilmente il Persia.
Il primo passo era stato fatto e la fortuna era stata dalla loro parte. Ora sarebbe venuta la parte più complessa di tutto il lavoro perché era necessario arrivare alla camera blindata dove si riteneva vi fosse il prezioso contenuto.
Non era possibile a quella profondità pensare di strappare facilmente le lamiere della nave né si potevano usare esplosivi o altro materiale simile.

Alec Crowford, negli ultimi vent’anni, aveva studiato questo problema, ed era arrivato ad una soluzione quanto mai ingegnosa partendo da quanto avevano usato i palombari italiani della Sorima nei loro lavori di recupero. Inventarono il sistema di fendere le lamiere con una benna da taglio fino ad arrivare nel punto della nave in cui si trovava il materiale da raccogliere. Alec, in modo molto più moderno, applicò il medesimo sistema creando un sistema idraulico che posato sulla nave avrebbe tagliato il ferro per aprire una via fino al punto richiesto.
Mentre per la Sorima gli ordini venivano inviati in superficie da un palombaro immerso in una torretta, in questo caso Alec avrebbe posato a fianco della macchina un Rov munito di occhio televisivo.
Poteva controllare agilmente il mezzo che tagliava operando a grande distanza in superficie.
Un sistema che Crowford usò in molti recuperi avvenuti nel tempo, qui più impegnativo, ed impiegato per la prima volta a grande profondità.
Che presentava un’altra incognita da superare: i cavi di sostentamento e di trasmissione dati.
Molto prima di affrontare la costruzione della “forbice meccanica” Alec dovette risolvere anche questo problema.
Oltre certe profondità diventava impossibile gestire l’insieme dei cavi che uniti assieme avrebbero pesato troppo e che per l’alto numero necessario si sarebbero prima o poi attorcigliati.
Solitamente con un unico cavo si raggiunge la profondità di circa 1500 metri, assoltamente insufficiente per il recupero sul Persia.
Il problema fu risolto con una soluzione semplice ed allo stesso tempo ingegnosa.

Tamburo meccanico con avvolto 3400 m di cavo plasma da 28 mm di diametro galleggiante

Fu usato un cavo in fibra naturale, più leggero e con la tendenza al galleggiamento, al posto del più pesante acciaio. I cavi in fibra ottica, molto piccoli di sezione – per gli impulsi radio e immagini tv – sarebbero stati messi per conto loro.
In altre parole il cavo portante operava da solo svolgendosi ed arrotolandosi su un enorme tamburo munito di guide particolari che evitavano ogni forma di attorcigliamento.
I cavi più piccoli che non dovevano sostenere alcun peso, per non essere lasciati liberi nell’acqua, venivano avvolti con un sistema automatico attorno al cavo principale.
In questo modo sia nella fase di discesa che in quello della risalita i numerosi cavi che comandavano il Rov ed il sistema di taglio e raccolta rientravano nelle loro grosse bobine con estrema precisione.
Questo ed altri ingegnosi sistemi adottati per questo particolare intervento, unico fino ad ora nella storia dei recuperi marini a grande profondità, sono stati brevettati con il risultato che anche altre aziende si stanno apprestando ad usarlo. La “forbice” fu calata sul relitto e tagliata un’apertura sul primo ponte, spesso 11 centimetri, fino a raggiungere quello di prima classe, punto in cui si cominciarono a recuperare oggetti sparsi, frammenti di ogni genere e ad avere la conferma che quel relitto altro non era che il Persia. La benna da taglio ebbe un inevitabile problema ed in più ci si mise il tempo atmosferico che consigliò all’imbarcazione di trovare un porto in cui rifugiarsi. Le operazioni furono sospese per dieci lunghissimi giorni.
Rimaneva poco tempo quando il mare si tranquillizzò.

Benna da taglio ad otto petali da 200 ton di forza

La benna, rimessa in ordine, fu nuovamente calata sul ponte del relitto. Manovrata con accuratezza da Alec, raggiunse la camera blindata, la porta venne asportata e riportata in superficie. Poi pian piano – ed a questo punto non si spiega come, perché forse è ancora un segreto da mantenere – in superficie giunsero le pietre preziose. Una collezione di rubini grossi come noci.

La forbice meccanica, in grado di tranciare, raccogliere e afferrare parti metalliche di notevole peso fu mandata ad ispezionare il deposito bagagli e quello della posta senza che venisse scoperto il vero tesoro di quella nave: oro, argento, diamanti e migliaia di piastre egiziane che vi erano imbarcate di proprietà del Governo di Sua Maestà britannica.
Se non fosse stato per il ritrovamento dei rubini stimato in 30 milioni di sterline i Crowford avrebbero fatto il classico buco nell’acqua perdendo una montagna di quattrini.


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