UN CAROLINGIO A CAPRAIA

Ex Libris
L’Isola
di E.Cappelletti
Edito da Youcanprint (selfpublishing)

A Capraia non capitava mai nulla di nuovo: un modesto scavatore, anche se di dimensioni da giardino, non era solo una novità ma motivo di commenti e chiacchiericcio.

Stava creando un solco lungo la spalletta del ponte che passa sopra il modesto torrente che da secoli porta un rivolo d’acqua dal lago, più su, al mare. Un gruppo di sfaccendati osservava commentando la trincea, profonda non più di mezzo metro, dove sarebbero stati posti nuovi cavi del telefono.

La trincea avanzò fino al termine della spalletta, poi con una leggera piega l’addetto la diresse lungo il lato dell’aiuola che dista pochi metri dalla quattrocentesca chiesa dell’Assunta fino al modesto sagrato. La chiesa, lungo la strada che sale al paese, con le sue porte sempre spalancate, è l’ultima costruzione del borgo che fa da cornice all’ansa naturale dove attracca il traghetto. Scavi archeologici condotti nei primi anni ottanta avevano accertato che proprio a ridosso del ponticello vi sia stata la presenza di una villa marittima romana costruita fra il I ed il V secolo d.C. che giustifica alcuni resti marmorei ed altri manufatti. La storia poi racconta che una signora della famiglia Giulia, per i suoi costumi un po’ troppo liberi, sia stata allontanata dalla capitale dell’impero e relegata tra agi su questo scoglio. Fino alla fine degli anni novanta si potevano vedere, nascosti da coperture improvvisate, proprio nello spazio dietro la chiesa, parte degli scavi che lentamente, stagione dopo stagione, scomparvero per lasciare posto ad uno spazio utilizzato sempre più spesso come parcheggio. La trincea era quasi terminata quando, nel sollevare un tratto di pavimento, la pala meccanica mise allo scoperto una piccola voragine.
Il manovratore alzò la pala, scese dal mezzo e si avvicinò alla buca. Il gruppo degli sfaccendati fece altrettanto seguendolo.
Erano tutti intenti ad osservare il buco nero che si apriva sotto il pavimento di calcestruzzo, quando qualcuno dal gruppo notò nella terra scura e umida un frammento di cotto.
“Oh! Giovanni, va un po’ a chiamare il Boccanera” urlò ad un ragazzetto che se ne stava in disparte seduto sul muricciolo. Il ragazzo, non si mosse, ma sbraitò il comando ad uno più piccolo di lui, che correndo si diresse verso il gruppetto di case arroccate che appena dopo il bar Massimo stringono la banchina, o meglio la strada, al punto che un’auto appena ci passa. L’addetto alla pala meccanica spense il motore e si accese una sigaretta. In attesa del da farsi. Aveva compreso di aver urtato probabilmente qualcosa d’antico e solo com’era non se la sentiva di continuare nell’opera di scavo.
Il Boccanera, il cui arrivo fu annunciato a gran voce dal ragazzino che era andato, data l’ora, a scomodare, raggiunse trafelato il gruppo che sempre a testa bassa osservava il buco e faceva commenti.
Dei più disparati. L’architetto ricopriva sull’isola lo scomodo ruolo di ispettore onorario dell’autorità archeologica toscana, compito che svolgeva con molta solerzia e senza indugi.

Con l’evidente conseguenza di avere spesso forti contrasti con chi non seguiva le procedure previste dalla legge in un ambiente così ricco di reperti archeologici. Non mandava a dire ciò che pensava ed era più che ovvio che se ne facesse dire dietro di cotte e di crude. Conosceva l’arte e l’archeologia a menadito e cercava di far comprendere che non si poteva fare e disfare a proprio piacimento. Non una, mai più volte si tirò dietro gli strali di giunta e sindaco, con denunce e contro denunce, per scavi effettuati in poderi dove affioravano parti di tombe, frammenti di marmo, colli di anfore e quant’altro il terreno di Capraia nasconde ancora.

“Che vuoi” mi spiegava” qui si sentono una “repubblica” a se stante. Da centinaia d’anni sono stati abituati a risolvere da soli i problemi. Sono stati sballottati tra “governi” diversi, proprietà primo degli uni poi degli altri. Toscani, barbari, Inglesi, Còrsi, Genovesi, Francesi, Piemontesi, tutta gente che frequentò con impressionante alternanza questo scoglio. Si possono anche comprendere, aggiungeva, ma bisogna che capiscano che non possono distruggere il patrimonio che possiedono”.
Tanta era la sua passione per il passato che raccoglieva quel poco che gli veniva consegnato o che trovava e tra una bega e l’altra il Comune non gli diede mai la possibilità di aprire un minuscolo museo, anche quella piccola stanza, parte del complesso carcerario che sovrasta il porto, tante volte promessa ove riporre pietre e cocci. Per quei pochi metri quadrati, giunta e sindaco, non sempre gli stessi, ed il Boccanera fecero guerre memorabili, motivo di mille commenti nel paese deserto d’inverno, con supplementi molto più coreografici d’estate.

Di conseguenza, man mano che pezzi, parti, frammenti uscivano dal suolo o dal mare, li conservava in casa. Per la bisogna aveva allestito a piano terra in un piccolo sgabuzzino che dava sul passaggio obbligato, la strada, una sorta di minuscolo museo. Ad arricchire il tutto, nella bella stagione, alcuni tabelloni illustravano al turista ignaro la situazione ambigua e curiosa che quest’isola stava vivendo. Accendendo ancora più la miccia contro chi gli si opponeva.

Boccanera raggiunse il buco.
Si passò un fazzoletto sulla fronte, poi ringraziò l’addetto alla pala per essersi fermato. Capì subito, al contrario degli altri a cosa fosse di fronte. Senza neppure pensarci si mise carponi e scrutò all’interno del buco nero. Poi chiese al manovratore di allargarlo un poco. La macchina fu rimessa in moto e l’operatore mosse il braccio metallico per sgretolare delicatamente i bordi del buco fino a quando l’architetto, alzando un braccio, non gli indicò che era sufficientemente largo.
Quindi entrò, affondando i piedi in una terra nera ed umida, poi si piegò sulle ginocchia e dopo aver sbirciato all’interno del buco vi si infilò dentro, testa avanti, fino a che le sole gambe rimasero allo scoperto. Una situazione curiosa e ridicola. In un battibaleno i ragazzini, ridendo ed urlando, propagarono la notizia sul porto.
Curiosi e sfaccendati si misero in colonna per andare ad assistere all’evento, perché di questo si trattava. L’architetto avanzò ancora di qualche centimetro spingendosi con le gambe. Il riverbero del cemento della strada schiariva l’interno di quel minuscolo antro. La sua voce attutita senza che alcuno riuscisse a comprendere cosa stesse dicendo.
L’uomo della pala meccanica, l’unico forse a cui stava a cuore l’incolumità di questo anziano signore, scese nella buca a cavalcioni delle sue gambe ed abbassando il capo quanto poteva ascoltava e riportava gli ordini. “Dice che gli serve una paletta, meglio un piccolo rastrello”. La richiesta rimbalzava sugli astanti ma nessuno si muoveva perché nessuno voleva perdersi lo spettacolo dell’architetto mezzo sepolto sotto il pavimento. “Dice che servono cassette di legno, quelle della frutta”.
Solo i ragazzini con un gran fracasso partirono per andare a raccattare ove trovavano non solo le cassette ma tutto il resto. Angelo con una mano cominciò a tastare il terreno davanti a sé. Era morbido, impregnato d’acqua, forse del torrente o più probabile del mare, così vicino da penetrare fin qua sotto. Il cunicolo era assai stretto, largo poco di più delle sue spalle.

Con la mano spostava la terra fradicia che spingeva lungo i fianchi. Il terreno non era livellato, presentava una sorta di rigonfiamento abbastanza vistoso. Descriveva ad alta voce ciò che percepiva tastando ed il conduttore della pala, sempre nella sua privilegiata posizione accovacciato sulle gambe dietro di lui riferiva agli altri a testa bassa attorno al buco. Angelo capì tastando i lati, lisci e squadrati, che si trattava di una tomba. Passò la mano sulla parte più alta del dosso e cominciò lentamente a portare via la terra. Le dita tastarono qualcosa di solido, bitorzoluto. Scese con le dita lungo il contorno e si accorse che era un oggetto lungo, posato verticalmente. Scavò sotto senza sollevarlo. Sapeva trattarsi di un pezzo di metallo posato sopra a qualcosa o qualcuno che giaceva lì sotto.
Ci volle tempo, prima che con una sola mano e con grande sforzo, data la ristrettezza del cunicolo, riuscisse a tratteggiare in qualche modo quell’oggetto, sicuramente di metallo ma impossibile a dirsi cosa fosse. “Architetto venga fuori di lì. Muore soffocato” si mise a gridare uno. Nel frattempo la vecchia corriera blu marino, dalle forme arrotondate, reperto viaggiante degli anni del dopoguerra, unico mezzo pubblico in funzione nel periodo estivo, stava affrontando l’ultima curva, quella più stretta proprio a ridosso della chiesa, a passo d’uomo, la sua velocità normale. Il conducente premette il palmo della mano sul clacson per avvertire di togliersi dal mezzo della strada.

“Architetto, venga fuori, c’è la corriera” gridò qualcuno abbassandosi verso il buco dove stava disteso. Boccanera rimase dov’era. Quello che aveva trovato non lo avrebbe mosso da lì per nulla al mondo. La corriera si fermò pochi metri dal gruppo. Il conducente, incavolato nero, scese urlando, mentre il gruppo si apriva al suo passaggio.

L’architetto stava dando ordini con voce flebile dall’interno della sua caverna. Spingeva fuori, lungo il suo fianco qualcosa di scuro, rugginoso, e chiedeva di essere aiutato. Uno dei due manovali addetti allo scavo scese nella buca e afferrò l’oggetto. Era all’apparenza un lungo ferro delimitato nella parte alta da uno più breve e stretto messo di traverso. “Una spada?” Esclamò qualcuno. L’operaio, invece di tenere l’oggetto con le due mani, la prima cosa che fece fu di impugnarla a mo’ di spada.

Ma nell’attimo che fece il gesto di sollevarla, l’antica arma si ruppe tra un’esclamazione generale. I ragazzini cominciarono ad imitare le movenze del manovale che aveva rotto un pezzo di storia, sghignazzando come pazzi e facendosi urlare ogni tipo di improperio dietro dagli adulti che animatamente discutevano su quanto stava accadendo. Il manovale ripose incurante l’oggetto dietro di sé e si chinò verso la buca cercando di interpretare cosa chiedesse ancora Boccanera che dall’interno urlava per farsi capire. Chiedeva un cesto di vimini.
Qualcuno corse verso casa sua e tornando, oltre al cesto, consegnò anche il messaggio che la pasta era quasi pronta. Il cesto scomparve nell’antro. Sulla pasta che stava “scocendosi” nessun commentò. L’operazione di recupero durò ancora un paio d’ore. Poi riprese nel tardo pomeriggio. Era un lavoro a catena: l’architetto riempiva i cestini di vimini, l’uomo nella buca li passava ad un ragazzo che sgambando correva verso casa dell’architetto per vuotarlo in un angolo apposito della bottega che aveva indicato.

Dopo due giorni di lavoro la fossa era finalmente vuota, ma la trincea per la sistemazione dei cavi telefonici rimase com’era. Qualcuno avrebbe dovuto decidere che fare e non dipendeva certo né dal Boccanera né dal manovratore che attendeva da Livorno istruzioni. Nel frattempo Angelo si era chiuso in casa per dare una prima pulita a quello che aveva trovato nella terra fangosa.
La tomba, perché di questo si trattava, conteneva i resti di un uomo armato che era stato disteso sulla schiena. Dal disegno che fece il guerriero aveva le mani appoggiate al petto chiuse sul manico della lunga spada. Sopra ad essa, aveva trovato resti che parevano essere di uno scudo , quello che formava la collinetta di forma arrotondata, oramai sfatto dalla corrosione e dall’umidità. Tolta la spada all’altezza dei fianchi individuò una cintura che raccolse completamente. Verso quelle che lui intuiva essere le spalle avvertì qualcosa di solido e tondo che poi risultò essere l’avanzo di un elmo che la corrosione si era completamente mangiato.

Dopo quest’esame aveva estratto pian piano le ossa, tutte, una per una. Non esisteva né lo spazio né le possibilità di poter scegliere cosa raccogliere così aveva pulito l’intera tomba e messo il contenuto nei cestini. Con la caparbietà del ricercatore ripulì pazientemente tutti i reperti e dopo alcuni giorni di silenzio, nei quali non si fece vivo neppure nel tardo pomeriggio quando era solito sedersi sulla porta del suo piccolo museo, finalmente fummo ammessi, privilegiati ospiti, a vedere cosa stava disteso sul pavimento della sua cucina tra i fornelli ed il tavolo.
Lo scheletro, perfettamente composto in ogni sua parte, stava disteso sul pavimento. La moglie si aggirava per la casa mugugnando per via di quello scomodo e fragile ospite, facendo bene attenzione a non frantumare con le ciabatte qualche ossa. Quel che rimaneva dell’elsa della spada, molto incrostata, era decorata da fili metallici che brillavano e da alcune pietre rosse. Una parte della cintura era incastonata da rubini fiammeggianti, così come una parte del bordo metallico di quello che fu un elmo. Seduto in terra come un bambino, l’ottantenne Boccanera ci illustrava la storia di quest’uomo che ripeteva da capo ogni volta che alla sua cucina era ammesso qualche forestiero o qualche “residente” a cui concedeva l’onore della visita. Lo scheletro sarebbe appartenuto ad un guerriero vissuto tra il IV°e V°secolo dopo Cristo e mostrava un forte dentatura ancora perfettamente integra. È morto giovane: sentenziò l’architetto.

L’altezza apparente poteva aggirarsi attorno al metro e settanta, le ossa erano lunghe e forti; doveva essere un guerriero molto robusto, sentenziò l’architetto. Il cranio aveva un foro nella parte posteriore e presentava un’altra frattura nei pressi della tempia sinistra: un colpo di lancia, ci spiegò, oppure colpi di mazza. Un esame più accurato poteva accertarlo.

“Architetto chi ha detto che è costui?” La voce giungeva dal fondo della piccola cucina affollata. “Oh, buonasera dottoressa. Ha visto che bellezza? È probabilmente un carolingio, un guerriero, non un soldato, ma qualcuno elevato in grado. Ha visto i rubini?” Il cesto con i tintinnati rubini, in cui fino a poco prima si tenevano le fette di pane biscottato, per l’ennesima volta passò di mano in mano.
Fuori, i capraiesi, erano rosi dalla rabbia e dall’invidia perché nessuno di loro era stato ammesso a vedere la curiosità. Raccoglievano notizie da chi poi sostava al Bar Massimo che al solito ingigantiva fatti e cose. Boccanera aveva trovato smeraldi grossi come noci. Boccanera si sarebbe tenuto tutto per sé come aveva sempre fatto. Boccanera ha fermato i lavori; ora stiamo senza telefono per un paio d’anni.

Le solite cose di sempre. La cucina divenne inagibile tanta la folla che vi era ad ogni ora del giorno.
Dopo che Sandro, a fine di ogni immersione portava in visita il suo gruppo di subacquei, e gli ebbe schiacciato le dita dei piedi e frantumato qualche altro dettaglio osseo, la moglie ne ebbe abbastanza. Con la scopa scompose il corpo osseo sul pavimento e l’architetto fu cacciato. Raccolto tutto nelle cassette della frutta fu spedito al piano terra. Smontò le finestre, le appoggiò su dei cavalletti, e rimontò il guerriero carolingio sui ripiani trasparenti. Così chiunque passava, poteva ammirare stupito questa rarità.

Ovviamente, c’era sempre ressa nel piccolo locale, e noi, il gruppo degli ammessi in ogni tempo, sostavamo di continuo per avere le ultime sul nostro glorioso guerriero. Paziente, rimetteva al suo posto le ossa che i curiosi spostavano o che qualcuno si sentiva in dovere di pulire dal salnitro che cadeva dal soffitto. Ad un certo punto, ci raccontò che i carolingi avevano conquistato una parte dell’Italia ed erano quindi scesi anche all’altezza della Toscana. Venivano dalla Francia e questo doveva essere sicuramente un principe. Sparò un paio di nomi che a noi non dissero nulla. Ci fece osservare come fosse ben fatto e quindi sano e ben allevato puntualizzando quei particolari anatomici da cui si evidenzia una corretta crescita. Sandro, eccitato dal racconto, non si accorse che stava poggiando i gomiti sulle lastre sottili di vetro come se fosse su un tavolo.
Fu un attimo.
La lastra si ruppe, le ossa rotolarono a terra, e sfiga volle, che un pezzo di vetro finisse sulle tibie troncandole di netto. Disastro nel disastro. Il nostro guerriero era andato in pezzi. Boccanera, aiutato dai presenti, pezzo per pezzo lo ripose nuovamente nelle ceste. La mattina dopo era ricomposto, questa volta sul pavimento, alla mercè di curiosi che non capivano di cosa si trattasse, di bambini che frugavano le ossa, di chi raccoglieva le ossa per vederle meglio da vicino. Per prime sparirono le ossa dei piedi. Poi si ruppe qualche altro arto. Un vero disastro e non rimase altro che riporre tutto nelle cassette. Nel frattempo aveva eseguito uno schizzo della tomba. I due lati erano in pietra squadrata e liscia, il soffitto in tegoli romani inclinati. Nell’individuare gli spazi si era accorto che a fianco esisteva un’altra tomba. Nel frattempo, il buco era stato riempito di terra e sopra colata una bella spianata di cemento.

Boccanera ingiunse la riapertura: urlò, strepito, minacciò denuncie. Tutti, stanchi delle sue rimostranze e ricattandolo in qualche modo per non avergli fatto vedere il tesoro, gli voltarono le spalle. Quando gli addetti della soprintendenza, qualche giorno più tardi, in pompa magna e con gran frastuono arrivarono sull’isola non si poteva vedere più nulla e si dovettero accontentare solo del suo racconto. Prima di loro, in una mattina ventosa, tre motovedette entrarono in rada mentre un elicottero giallo e verde si posava sul riquadro di cemento davanti al benzinaio. Finanza, Capitaneria di Porto e Carabinieri erano arrivati alla grande con rombanti motovedette.

Misero sottosopra il piccolo porto, mentre gli abitanti spiavano dietro le imposte socchiuse. Dall’elicottero scesero due uomini, con le spalle ricurve e le mani a trattenere il basco, attraversarono di corsa il piazzale antistante il porto, e si diressero verso l’uscio del Boccanera. “Lo arrestano, diobono, lo arrestano. L’è la volta bona, così ce lo togliamo da’ coglioni”. I due, pochi minuti dopo fecero il tragitto inverso, diretti verso la libellula gialla che non aveva spento il motore, sollevando un turbine di sabbia che il vento spingeva sulle case tra le maledizioni degli abitanti. I due militari in grigio verde portavano con sé un cestino della frutta.

Le pale frullarono più veloci, la libellula salì in verticale e scomparve in direzione della Gorgona. Gli altri dopo una mezz’ora lasciarono la casa del Boccanera, risalirono sui loro mezzi navali per ripartire, com’erano venuti, lasciandosi dietro fumate azzurrognole di puzzolente gas di scarico. Come le autorità scomparvero dietro la Punta della Madonnina ci dirigemmo dal Boccanera che trovammo sconsolato, mentre ripuliva il suo “museo” infestato dal salnitro che cadendo dai muri sgretolati spargeva polvere bianca ovunque. “Che hanno detto?” Chiedemmo. “Nulla. Si sono presi i rubini. Per le ossa, ‘mandiamo a prendere ’, mi hanno detto”.

La sapeva lunga, conosceva bene come vanno queste cose. Quel piccolo tesoro non tornò più sull’isola. Per mille motivi tra cui l’incapacità isolana di capire il valore di ciò che pian piano si veniva a recuperare che avrebbe valorizzato quel remoto scoglio così ricco di storia d’uomini e cose. Oggi se sbarcate a Capraia e vi apprestate a salire in paese, sappiate che sul piccolo sagrato della chiesa dell’Assunta, proprio sotto il pavimento riposa un altro guerriero d’alto lignaggio.

I Carolingi furono una dinastia di sovrani franchi. Succeduta ai Merovingi nel 751 con Pipino il Breve, essa prese nome dal figlio di Pipino, Carlomagno, fondatore nell’800 del Sacro Romano Impero. Furono imperatori dopo di lui: Ludovico I il Pio, Lotario I, Ludovico II il Germanico, Carlo II il Calvo, Carlo III il Grosso e Arnolfo di Carinzia. Morto Ludovico I il Pio, ebbe luogo la spartizione dell’impero tra i suoi figli (trattato di Verdun, 843): Lotario I ebbe la dignità imperiale, la corona d’Italia (legata a quella imperiale anche in età post-carolingia) e Lotaringia; Carlo II il Calvo ebbe la Francia e Ludovico il Germanico la Germania. In Francia la dinastia regnò fino al 987, quando subentrarono i Capetingi; in Germania fino al 911; in Italia essa terminò con Carlo III il Grosso (887). La rinascita europea promossa dai Carolingi influenzò anche la sfera artistica, determinando il recupero del linguaggio classico. Nelle grandi chiese abbaziali (St-Denis, Corvery, Reichenau, Castel San Vincenzo), si affermò una nuova tipologia basilicale a tre navate con abside, cripta e facciata tra torri (westwerk), mentre nella Cappella Palatina ad Aquisgrana prevale la pianta centrale di derivazione bizantina.

Nota da Bollettino Soprintendenza Archeologica per la Toscana
– estratto del testo di Giulio Ciampoltrini: Tomba di militare tardoantico – Materiali di corredo tardoantico
Il corredo della sepoltura maschile ad inumazione comprende una fibbia per cintura, una piccola fibbia, spata e coltello.

1. Fibbia per cintura; lunghezza totale cm 4,7; alta cm 3,8. L’anello ellittico, a sezione rettangolare, è in bronzo dorato, fornito di cellette subtrapezoidali, radiali, nelle quali sono alloggiati almandini; la placca, parallelepipeda, è un astuccio in lamina di bronzo dorato, che accoglie almandini ai quali la sagomatura del rivestimento bronzeo dà aspetto lanceolato, radiale rispetto al (perduto) castone centrale, alloggiato in un foro passante; è probabile che la perdita dell’elemento centrale sia antica. La placca è chiusa, e assicurata dalla cintura, con quattro chiodini bronzei, disposti agli spigoli. L’ardiglione, in bronzo fuso dorato, è munito alla base di un astuccio nel quale è incastonato un almandino parallelepipedo con spigoli smussati. I tre elementi erano articolati da una struttura in ferro distrutta dalla corrosione. Le concrezioni ferrose sulla faccia inferiore dell’anello potrebbero segnalare la posizione della fibbia nell’inumazione a ridosso della spata.

2. Piccola fibbia; lunghezza totale cm. 2,7; altezza cm 2. Anello in bronzo fuso dorato a sezione ellittica articolato su una placca rettangolare. Questa ancora in bronzo dorato, accoglie due almandini in cellette pressoché quadrate; due chiodini per il fissaggio. L’ardiglione è in bronzo dorato.

3. Spata (spatha) in ferro; lunghezza totale cm 87; della lama cm 76; larghezza del taglio cm 5-5,2. La lama a sezione ellittica termina con un codolo di immanicatura rastremato a sezione rettangolare. Il fodero ligneo del quale restano cospicue porzioni saldate alla lama dall’ossidazione era apparentemente sprovvisto di salvapunte, ma rivestito sull’imboccatura con una lamina in bronzo argentato, superstite solo in piccola porzione, con decorazione distribuita su fasce […].

4. Coltello in ferro; lunghezza totale cm 17, della lama cm 11,5. La lama è a un taglio a sezione semiellittica, il codolo di immanicatura, sub rettangolare in sezione, è rastremato. Sono conservate larghe porzioni del fodero ligneo, saldate dall’ossidazione della lama.